L’articolo
Asia Gianese e Bance Adama arrivano a La Zanzara da due mondi quasi opposti e finiscono immediatamente sul tema che domina la settimana: le devastazioni durante le proteste di Milano. Adama, originario del Burkina Faso e cresciuto in Italia dall’infanzia, non nasconde il proprio passato tra spaccio, furti e rapine, ma sostiene di avere cambiato vita e di stare cercando spazio nella musica. Sul presente, però, assume una posizione che manda Giuseppe Cruciani su tutte le furie: secondo lui i ragazzi hanno fatto bene a “farsi sentire” e le vetrine distrutte sono una conseguenza di una rabbia rimasta troppo a lungo senza risposta.
Adama: «Protestare pacificamente non funziona»
Per Bance Adama la questione parte dalle condizioni economiche. Dice che molte persone non arrivano a fine mese e sostiene che anni di manifestazioni pacifiche non abbiano prodotto risultati. La sua conclusione è brutale: «Protestare pacificamente non funziona».
Cruciani gli fa notare che distruggere negozi e rubare merce significa commettere reati, non semplicemente manifestare. Adama non invita direttamente altri a farlo, ma continua a descrivere quelle azioni come la conseguenza inevitabile di una protesta che, senza disordini, sarebbe rimasta ignorata. Porta anche l’esempio della Francia e sostiene che saccheggi e devastazioni finiscano per essere parte delle rivolte quando la tensione sociale raggiunge un certo livello.
Il conduttore gli contesta soprattutto una contraddizione: proprio chi ha conosciuto personalmente la criminalità dovrebbe essere il primo a distinguere tra disagio e delinquenza. Adama replica che si tratta in molti casi di ragazzi giovanissimi e attacca l’efficacia delle forze dell’ordine, sostenendo che lo Stato stia trasformando un gruppo di adolescenti in un’emergenza nazionale.
Nessuna solidarietà al poliziotto ferito
Il confronto si irrigidisce quando Cruciani mostra l’immagine del funzionario di polizia Angelo De Simone, ferito durante gli scontri, e chiede ad Adama di esprimergli solidarietà.
Adama rifiuta. Ricorda che anche alcuni ragazzi sarebbero rimasti feriti durante le manifestazioni e sostiene che un poliziotto, per il lavoro che ha scelto, sappia di esporsi a determinati rischi. Alla domanda se si senta protetto dalla polizia risponde negativamente e afferma che, nella propria esperienza, le forze dell’ordine gli avrebbero soprattutto creato problemi.
È su questo terreno che entra Asia Gianese, con una posizione diametralmente opposta.
Asia Gianese: «Se vieni qui e fai il vandalo, rimigrazione»
Gianese parte dal proprio lavoro. Racconta di mantenersi attraverso l’attività online e di non avere un impiego tradizionale, ma sottolinea una differenza che considera fondamentale: guadagna senza distruggere proprietà altrui e senza creare problemi agli altri.
Quando Cruciani le chiede quale pena dovrebbe essere applicata a chi spacca le vetrine, la risposta è immediata: rimigrazione per gli stranieri che commettono violenze e vandalismi, carcere per gli italiani.
Per Gianese non si tratta, sostiene, di una questione razziale ma di rispetto delle regole. Chi entra o vive in un Paese deve adeguarsi alle sue leggi; se viola quelle regole con reati gravi, secondo lei deve perdere il diritto di restarci. Quando Cruciani le fa notare che molti dei cosiddetti “maranza” potrebbero essere cittadini italiani, Gianese distingue chiaramente: se sono italiani non possono essere rimandati altrove e devono quindi rispondere penalmente delle proprie azioni.
Adama: «Non tutti quelli che protestano sono stranieri»
Adama attacca proprio questa associazione tra disordini e immigrazione. Fa notare che non esistono, nel dibattito in studio, dati sufficienti per stabilire che i protagonisti delle proteste siano in maggioranza stranieri e contesta l’idea di trasformare una rivolta sociale in un problema etnico.
Gianese replica che il punto non è stabilire che tutti gli stranieri siano responsabili, ma decidere cosa fare con chi, da straniero, commette determinati reati. Accusa inoltre Adama di promuovere indirettamente la violenza continuando a ripetere che i ragazzi abbiano fatto bene a farsi sentire.
Secondo lei, le devastazioni hanno ottenuto persino l’effetto opposto a quello desiderato: il caro vita è passato in secondo piano e tutta l’attenzione si è concentrata sulle vetrine rotte, sui saccheggi e sugli scontri con la polizia.
Adama insiste invece che, senza quella radicalizzazione, nessuno avrebbe parlato della protesta con la stessa intensità.
«Se vado nel tuo Paese rispetto le vostre regole»
Il confronto diventa ancora più duro quando Gianese porta l’esempio del Paese d’origine di Adama. Dice che, se andasse in un altro Stato con norme e tradizioni differenti, rispetterebbe le regole locali, anche nell’abbigliamento. Per questo pretende lo stesso atteggiamento da chi viene a vivere in Italia.
Adama ribatte che le difficoltà sociali non possono essere eliminate attraverso l’espulsione e continua a descrivere i furti come conseguenza di un sistema nel quale, a suo giudizio, lo Stato avrebbe impoverito la popolazione. Gianese rifiuta completamente il passaggio: essere poveri o arrabbiati non attribuisce alcun diritto sulla proprietà degli altri.
La distanza tra i due diventa quindi molto più ampia della semplice questione migratoria. Per Adama la priorità è capire perché una parte dei giovani arrivi a considerare lo scontro l’unico strumento efficace. Per Gianese il ragionamento parte dall’altro capo: qualunque sia la causa, chi distrugge, ruba o aggredisce deve prima rispondere di ciò che ha fatto.
Due idee opposte di integrazione
Lo scontro tra Asia Gianese e Bance Adama finisce così per ruotare intorno a due concezioni opposte dell’integrazione. Adama, cresciuto in Italia dopo essere arrivato dal Burkina Faso da bambino, sostiene che non si possa chiedere soltanto rispetto delle regole senza interrogarsi sulle condizioni economiche e sociali che alimentano la rabbia.
Gianese considera invece pericoloso partire dalle cause prima di avere stabilito una responsabilità individuale. La sua formula è semplice: italiano che commette un reato, carcere; straniero che viene in Italia e commette determinati reati, rimigrazione.
In mezzo resta la domanda che attraversa tutta la settimana della Zanzara: una società deve prima cercare di capire perché un ragazzo rompe una vetrina oppure deve semplicemente impedirgli di romperla e punirlo quando lo fa? Adama parte dalla rabbia. Gianese dalle regole. E su quel punto, tra i due, non esiste praticamente nessun terreno comune.













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