L’articolo

Livio Ghidelli torna a La Zanzara e in pochi minuti mette sul tavolo cittadinanza, rimigrazione, legittima difesa, pena di morte e perfino un regime temporaneo di coprifuoco nelle periferie.

Il punto di partenza è ancora il caso di Cadoneghe. Poco prima era intervenuto Ali Scek Nur, tornando sulla vicenda della donna di origine marocchina il cui percorso verso la cittadinanza era stato fermato dopo le difficoltà mostrate con la lingua italiana.

Scek Nur continua a contestare l’impostazione data alla vicenda e attacca Salvini, mentre Parenzo insiste su un’altra domanda: come è possibile che una donna viva in Italia da quindici anni senza riuscire a comunicare in italiano? Per lui il problema dovrebbe riguardare anche integrazione, isolamento e condizioni familiari.

Poi arriva Ghidelli.

«Se non sei integrato, non meriti la cittadinanza»

Ghidelli si schiera immediatamente con il sindaco Marco Schiesaro e sostiene che chi non si integra nella società italiana non dovrebbe ottenere la cittadinanza.

Spinge il ragionamento molto oltre. Secondo lui la cittadinanza dovrebbe essere concessa soltanto dopo un percorso molto lungo: parla di 25 anni trascorsi lavorando in Italia, conoscenza della storia nazionale, delle istituzioni e rispetto delle tradizioni.

Sul caso specifico arriva a sostenere che la donna dovrebbe tornare in Marocco, collegando la mancata conoscenza dell’italiano a un fallimento dell’integrazione. Afferma inoltre, senza elementi verificati nel corso della trasmissione, che la donna sarebbe stata segregata dal marito: è una sua supposizione, non un fatto accertato nel dibattito.

Gottardo entra in scena

A quel punto si collega Alberto Gottardo, direttore editoriale di Radio Veneto 24, che rivendica di essere andato personalmente dalla famiglia coinvolta e di aver portato sul posto anche le telecamere della trasmissione di Mario Giordano.

Il confronto con Ghidelli parte subito a colpi di insulti, ma Cruciani prova a riportarlo rapidamente sul terreno politico.

Ed è qui che torna Roberto Mollo.

Caso Mollo: «Non c’era neanche da fare un’inchiesta»

Cruciani chiede a Ghidelli cosa pensi del caso Mollo e del dibattito sulla necessità di stabilire la reale dinamica degli spari.

La posizione di Ghidelli è radicale: per lui, una volta che qualcuno entra illegalmente nella proprietà altrui, si assume tutte le conseguenze.

Sostiene che sul caso Mollo non avrebbe neppure senso spendere tempo e denaro per ricostruire traiettorie, distanze e condizioni dell’aggressore. Nella sua visione la proprietà privata è sacra e chi la viola accetta automaticamente il rischio della reazione del proprietario.

Arriva a dire che, anche qualora l’intruso fosse stato già alcuni metri fuori dalla proprietà, la questione non dovrebbe cambiare sostanzialmente.

È la versione più dura possibile della linea sulla legittima difesa: non valutare caso per caso, ma far prevalere quasi automaticamente il diritto del proprietario.

Pena di morte, anche con il rischio di errori

Il discorso si sposta quindi sulla pena di morte.

Ghidelli la difende per chi uccide e riconosce esplicitamente che un sistema del genere potrebbe produrre errori giudiziari e quindi portare alla morte anche persone innocenti.

Non considera però questa possibilità sufficiente per respingerla. Paragona il rischio agli effetti collaterali dei medicinali: una conseguenza negativa che, nella sua impostazione, potrebbe essere accettata all’interno di una politica più dura contro la criminalità.

È una delle affermazioni più estreme del blocco.

«Per cinque anni bisogna togliere libertà»

Poi arriva la proposta destinata a dominare il confronto.

Ghidelli sostiene che, per risolvere i problemi di sicurezza in determinate periferie, servirebbero “leggi speciali” per almeno cinque anni.

Quando parla di “togliere la libertà”, non propone di incarcerare indiscriminatamente la popolazione: immagina piuttosto limitazioni temporanee alla libertà di movimento, con un vero e proprio coprifuoco dopo una certa ora nei quartieri considerati più pericolosi.

Fa l’esempio delle restrizioni adottate durante il Covid: dopo le 21, in determinate zone, si potrebbe uscire soltanto con un permesso speciale e sarebbero limitati anche gli assembramenti.

La logica dichiarata è quella dell’emergenza: sacrificare temporaneamente una parte della libertà anche delle persone che non commettono reati per recuperare il controllo del territorio.

Rimigrazione e carceri

Il confronto con Gottardo continua sul terreno della rimigrazione.

Ghidelli immagina come primo intervento il trasferimento fuori dall’Italia dei detenuti stranieri. Parla provocatoriamente di camion, aerei militari e navi cargo con cui riportare i condannati nei Paesi d’origine affinché scontino lì la propria pena.

La giustificazione è duplice: liberare posti nelle carceri italiane e sottoporre gli stranieri alle pene previste nei loro Paesi.

Gottardo lo incalza, mentre il dibattito si allarga ancora una volta alla definizione di integrazione e alla differenza tra chi vive regolarmente in Italia e chi delinque.

Quando interviene un ascoltatore marocchino che racconta di essere cittadino italiano da decenni, Ghidelli prima lo attacca duramente e poi finisce per fissare la propria linea: se è integrato e non delinque, può restare.

Il ritorno di Scek Nur

Nel finale ricompare anche Ali Scek Nur.

Cruciani gli comunica che, secondo la logica di rimigrazione appena esposta, Ghidelli sarebbe favorevole a mandarlo fuori dall’Italia per le sue posizioni e per gli scontri dei giorni precedenti.

Scek Nur reagisce con la consueta provocazione e scherza sul fatto di essere protetto dalla presenza di Parenzo.

Il blocco si chiude così come era iniziato: cittadinanza e integrazione diventano il punto di partenza per una discussione molto più ampia su chi debba restare in Italia, quali libertà possano essere limitate in nome della sicurezza e fino a dove possa arrivare la reazione dello Stato e del singolo contro chi delinque.