L’articolo
Francesca Sparacino torna a La Zanzara dichiarandosi ancora comunista e femminista, senza arretrare sulle posizioni che l’hanno resa uno dei personaggi più combattivi della trasmissione. Giuseppe Cruciani le ricorda subito alcune delle sue precedenti affermazioni: il comunismo come libertà, le durissime accuse rivolte ai dirigenti israeliani e la disponibilità a giustificare l’occupazione di immobili quando una persona non ha un tetto.
È proprio sulla proprietà privata che Sparacino chiarisce ancora una volta la propria linea: se qualcuno vive per strada mentre esistono immobili inutilizzati o destinati massicciamente agli affitti brevi, per lei il diritto alla casa può prevalere sulla tutela assoluta della proprietà.
Poco dopo entra Alessandro Verri, capogruppo della Lega al Comune di Milano. Da quel momento il confronto cambia tono.
Sparacino: prima le famiglie, poi le vetrine
Verri parte dalle devastazioni avvenute durante le manifestazioni milanesi e chiede a Sparacino come giudichi le vetrine distrutte.
Lei risponde che è più preoccupata per le famiglie che non arrivano alla fine del mese che per i vetri dei negozi. Non sostiene che ogni atto di vandalismo sia automaticamente legittimo, ma collega ciò che accade nelle piazze a una frustrazione sociale ed economica più ampia.
Per Verri è un modo inaccettabile di spostare il problema. Dietro una vetrina, sostiene, ci sono persone che lavorano, pagano tasse e portano avanti un’attività. Il disagio economico non può trasformarsi in una giustificazione per saccheggiare o distruggere.
Sparacino ribatte che chi parla dalle istituzioni dovrebbe scendere maggiormente nelle piazze e ascoltare chi vive davvero condizioni di precarietà.
Il caso Youssef e la “guerriglia urbana”
Lo scontro diventa ancora più duro quando si parla di Youssef, il giovane coinvolto nell’inchiesta sulle proteste e successivamente scarcerato.
Verri lo accusa di avere inneggiato alla guerriglia urbana e sostiene che una persona che disprezza il Paese nel quale vive dovrebbe andarsene. Arriva a dire che dovrebbe essere riportato nel Paese d’origine dei genitori.
Sparacino contesta alla radice il ragionamento: Youssef è cittadino italiano. Se ha commesso reati, sostiene, dovrà essere processato e condannato come qualsiasi altro cittadino. Ma non si può trattare la cittadinanza come qualcosa da revocare in base alle opinioni espresse o all’origine familiare.
Porta un paragone volutamente estremo: lo Stato non ritira la cittadinanza italiana a un criminale nato da genitori italiani. Perché dovrebbe essere diverso per un cittadino di seconda generazione?
Verri insiste: chi incita alla sovversione dell’ordine democratico e manifesta disprezzo per il Paese non può, secondo lui, pretendere di goderne tutti i benefici senza conseguenze.
«Io amo chi si alza e va a lavorare»
La discussione si sposta sul lavoro.
Verri rivendica di stare dalla parte delle persone che si svegliano la mattina, pagano le tasse e si sono ritrovate le attività danneggiate durante gli scontri. Accusa Sparacino di essere distante da quel mondo.
Lei respinge l’attacco e continua a leggere le manifestazioni attraverso il conflitto sociale: salari, costo della vita e mancanza di prospettive sono, nella sua analisi, parte del problema che alimenta la rabbia.
Per Verri questo schema rischia invece di trasformare qualsiasi comportamento individuale in una conseguenza inevitabile del sistema, cancellando la responsabilità personale di chi decide di devastare o rubare.
Polizia e manganelli
Il punto più acceso arriva sulle forze dell’ordine.
Sparacino sostiene che durante le manifestazioni italiane esistano episodi di uso eccessivo della forza e cita monitoraggi e denunce riguardanti le modalità con cui vengono gestite alcune piazze. Racconta inoltre di aver partecipato in passato a cortei nei quali, a suo dire, manifestanti e perfino insegnanti sarebbero stati colpiti.
Verri assume la posizione opposta. Si dichiara orgogliosamente vicino alle forze dell’ordine e sostiene che oggi la polizia sia eccessivamente limitata.
Quando Sparacino parla delle manganellate ricevute dai manifestanti, Verri reagisce in maniera brutale: se qualcuno le prende mentre forza i cordoni o crea disordini, dice, evidentemente se le è cercate e forse la risposta non è stata neppure abbastanza dura.
È la frattura definitiva tra i due.
«Perché li chiami sbirri?»
Cruciani porta infine il confronto sul linguaggio utilizzato da Sparacino, chiedendole perché chiami gli agenti “sbirri”.
Verri considera il termine la prova di un disprezzo verso le istituzioni. Sparacino respinge l’accusa e continua a distinguere tra rispetto delle persone e critica radicale alle modalità con cui la polizia viene utilizzata nelle piazze.
Il confronto si chiude senza alcun punto d’incontro.
Da una parte Verri vede nelle proteste delle ultime settimane una deriva nella quale la rabbia sociale diventa alibi per vandalismi, guerriglia e attacchi alla polizia. Dall’altra Sparacino sostiene che limitarsi a chiedere ordine e manganelli significhi ignorare le condizioni materiali che producono il conflitto.
In mezzo restano vetrine rotte, cittadinanza, proprietà privata e una domanda che attraversa tutta la settimana della Zanzara: quanto si può spiegare la violenza prima che spiegarla inizi a sembrare una giustificazione?













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