L’articolo
Elia “il direttore”, bodybuilder e ristoratore della Brianza, arriva a La Zanzara con una posizione che non lascia molto spazio alle sfumature. Davanti alle immagini dei ragazzi che devastano negozi e vetrine, sostiene che le forze dell’ordine dovrebbero avere maggiori possibilità di intervento e propone un ritorno a metodi decisamente più spicci: “due sberle come si faceva una volta”, a suo giudizio più educative di un fermo seguito da un rapido rilascio. Da quella frase nasce un confronto che in pochi minuti passa dalla gestione dell’ordine pubblico all’ipotesi, inizialmente presentata come provocazione, di gruppi di bodybuilder pronti a intervenire nelle strade.
«Due sberle sono più educative»
Cruciani gli chiede di spiegare chiaramente la propria ricetta. Elia parte dalla distinzione tra manifestazione e reato: chi arriva in piazza per distruggere una vetrina, sostiene, non sta più esercitando il diritto di protestare ma sta commettendo un illecito. Per questo ritiene insufficiente vedere agenti costretti, nella sua lettura, a limitarsi a contenere la situazione senza poter reagire con maggiore decisione.
La soluzione che propone è volutamente elementare. Invece di portare i ragazzi in caserma per poi rilasciarli, afferma, in alcuni casi sarebbero più efficaci due schiaffi “alla vecchia maniera”. Cruciani segue il ragionamento e gli chiede se davvero consideri utile anche l’intervento di persone fisicamente prestanti, come i bodybuilder con cui Elia è in contatto.
Lui racconta di aver ricevuto numerosi messaggi dopo alcuni video pubblicati sui social, compresi contatti di persone che si sarebbero dette disponibili a organizzarsi. Quella che inizialmente viene definita una provocazione comincia così ad assumere una forma più concreta.
Il gruppo di bodybuilder per presidiare le strade
Elia sostiene che il problema non riguardi più soltanto un fine settimana particolarmente agitato a Milano. Parla di una questione sociale più ampia e della necessità di mettere insieme persone che, a suo dire, si sono stancate di vivere nella paura. Racconta anche un episodio personale: sua figlia adolescente avrebbe avuto timore di andare a scuola dopo la circolazione di alcuni messaggi minacciosi, tanto da spingerlo ad accompagnarla personalmente.
È da questa sensazione di insicurezza che Elia fa derivare l’idea di un gruppo organizzato di cittadini. Cruciani continua a chiamarlo provocatoriamente una “milizia di bodybuilder”; Elia evita inizialmente il termine, ma conferma di immaginare una presenza sul territorio formata da persone disposte a intervenire quando vedono qualcuno commettere vandalismi o furti.
Parenzo reagisce nel modo opposto. Per lui, in una situazione già tesa, aggiungere gruppi privati pronti a intervenire fisicamente produrrebbe soltanto altro caos. Ricorda che esistono già polizia, carabinieri ed esercito e contesta duramente l’idea che cittadini organizzati possano attribuirsi funzioni che spettano allo Stato.
Parenzo contro la “milizia”
Il confronto si accende soprattutto su questo punto. Parenzo liquida l’idea come inutile e pericolosa e invita Elia a tornare al proprio ristorante invece di proporsi come soluzione ai problemi di ordine pubblico. Elia replica che è facile parlare in quel modo senza trovarsi davanti alla persona che si sta insultando e rilancia augurando provocatoriamente a Parenzo di trovarsi un giorno nella situazione di vedersi devastare la casa.
Cruciani prova a riportare il discorso sulla proposta iniziale e chiede nuovamente quanti uomini servirebbero. Elia ribadisce che non sarebbero necessari neppure individui particolarmente enormi, visto che molti dei protagonisti delle devastazioni sarebbero ragazzi molto giovani. Il punto, per lui, resta sempre lo stesso: lo schiaffo avrebbe una funzione educativa e immediata che il normale passaggio attraverso le procedure dello Stato non riuscirebbe ad avere.
L’obiezione che arriva dall’altra parte dello studio è però radicale: non spetta a un bodybuilder decidere chi abbia commesso un reato, né stabilire la punizione da infliggere. Sono le telecamere, le indagini, la polizia e infine la giustizia a dover ricostruire responsabilità individuali.
Sicurezza contro Stato di diritto
È qui che il confronto smette di essere soltanto una provocazione da studio e tocca il vero nodo politico. Elia parte dalla percezione che chi devasta possa agire senza conseguenze sufficientemente immediate. Se una persona rompe una vetrina e mette in difficoltà un commerciante, sostiene, non può essere trattata come se non fosse successo nulla.
Dall’altra parte viene richiamato lo Stato di diritto: chi commette un reato deve essere identificato, fermato e sottoposto alle pene previste, ma non può essere un gruppo privato di cittadini a stabilire sul momento colpevolezza e punizione. Anche quando Cruciani ammette che qualche schiaffo educativo dato dai genitori possa avere avuto un senso nella crescita di una persona, la distanza tra disciplina familiare e gestione dell’ordine pubblico resta evidente.
Elia, però, continua a riportare tutto alla paura. Per lui il problema nasce quando cittadini e famiglie iniziano a percepire di non essere sufficientemente protetti. È quella sensazione, sostiene, a produrre l’idea di organizzarsi autonomamente.
Dalle “due sberle” alla paura di sostituirsi allo Stato
L’intervento di Elia il direttore parte quindi da una frase brutale ma semplice — due sberle sarebbero più educative di una notte in caserma — e arriva a una questione molto più complessa: che cosa succede quando una parte dei cittadini ritiene insufficiente la risposta dello Stato e comincia a immaginare forme autonome di presidio e intervento?
Per Elia è una reazione alla paura e alla sensazione di impunità. Per Parenzo è esattamente il punto nel quale si rischia di creare un problema ancora più grave, trasformando cittadini arrabbiati in sostituti improvvisati delle forze dell’ordine.
Cruciani sta nel mezzo e alimenta la provocazione: più potere agli agenti, più deterrenza e, magari, qualche “sberla educativa”. Ma proprio mentre l’idea fa sorridere e incendia lo studio, emerge il limite decisivo: tra chiedere più fermezza allo Stato e costruirsi una propria squadra pronta a intervenire per strada c’è una differenza che, in una democrazia, non è affatto secondaria.













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