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Filippo Champagne torna a La Zanzara ancora avvelenato per gli scontri di Milano e trova davanti a sé Jamal Favelas, rapper di origine marocchina ed egiziana che parte da una posizione quasi speculare. Jamal condanna esplicitamente violenze, incendi e furti, ma sostiene che una vetrina distrutta di una grande multinazionale non possa diventare il centro del dibattito nazionale mentre esistono problemi molto più seri, dalla povertà alle difficoltà della sanità. Champagne, invece, ritiene che proprio questo modo di ragionare finisca per minimizzare i reati e propone una soluzione che trasforma immediatamente il confronto in una specie di GTA Milano: reparti armati e cecchini sui tetti come deterrente.
Jamal: «La vetrina di Foot Locker non è il problema principale»
Jamal chiarisce subito di non approvare ciò che è successo nelle strade: bruciare, rubare e devastare per lui resta sbagliato. Quando però Cruciani gli chiede della vetrina di Foot Locker, la risposta è molto diversa. Essendo una multinazionale miliardaria, dice in sostanza, quel danno gli interessa molto meno rispetto alle condizioni di chi fatica ad arrivare alla fine del mese o aspetta mesi per accedere a determinati servizi sanitari. Cruciani gli contesta immediatamente il collegamento: una lista d’attesa in ospedale non spiega perché qualcuno debba entrare in un negozio e saccheggiarlo.
Jamal insiste sulla necessità di distinguere il danno subito da un piccolo commerciante da quello che riguarda un grande gruppo internazionale. Arriva a dire che della vetrina di Foot Locker non gli importa, pur continuando a precisare che il saccheggio è sbagliato. Quando gli viene fatto notare che anche una multinazionale dà lavoro a dipendenti e che i danni possono avere conseguenze economiche, lui torna al punto di partenza: il problema principale, a suo giudizio, resta una società nella quale molte persone vivono in difficoltà.
Champagne trasforma Milano in GTA
È a questo punto che Filippo Champagne riprende una sua vecchia proposta e la porta ancora più avanti. Secondo lui, se nelle città ci fossero stati cecchini sui tetti e reparti speciali armati, nessuno avrebbe osato assaltare negozi, saltare sulle auto delle forze dell’ordine o incendiare veicoli. Il ragionamento viene presentato come pura deterrenza: chi sa di rischiare una reazione immediata, sostiene Champagne, evita di commettere il reato.
La proposta diventa sempre più estrema mentre il confronto procede. Champagne arriva a sostenere che basterebbe colpirne uno o due perché tutti gli altri fuggano e richiama il principio del “colpirne uno per educarne molti”. Cruciani prende le distanze dall’idea di sparare sui manifestanti, mentre Champagne continua a precisare che non immagina un fuoco indiscriminato sulla folla, ma una presenza armata visibile capace di generare paura prima ancora che inizi il saccheggio.
Nella sua ricostruzione, il semplice fatto di vedere uomini armati sui tetti cambierebbe il comportamento dei ragazzi in strada: chi pensa di rompere una vetrina, dice, sapendo di poter essere colpito tornerebbe a casa invece di rischiare. Il tono è quello di una provocazione, ma Champagne insiste ripetutamente sul concetto e dichiara di avere già pubblicato anche sui social la sua idea dei cecchini.
«Ci vuole un despota»
Il passaggio successivo è quasi inevitabile. Per Champagne il problema non riguarda soltanto le forze dell’ordine ma un sistema politico troppo debole, incapace di esercitare autorità. Arriva così a sostenere che oggi servirebbe “un despota” al governo, qualcuno disposto a imporre ordine e a non farsi bloccare dalle cautele di una normale gestione democratica della piazza.
Jamal reagisce considerando quella proposta completamente fuori dalla realtà. La distanza tra i due diventa totale: da una parte un ospite che considera sproporzionata l’attenzione dedicata a qualche vetrina rispetto ai problemi economici del Paese; dall’altra Champagne, che interpreta proprio la tolleranza verso quei comportamenti come il segnale di uno Stato incapace di difendere cittadini, commercianti e forze dell’ordine.
Cruciani prova a fissare almeno un punto comune: entrambi dichiarano che rubare e incendiare è sbagliato. Tutto ciò che viene dopo, però, li separa.
Vetrine, povertà e responsabilità
Jamal continua a sostenere che il racconto pubblico sia distorto. Chi devasta un negozio va condannato, ma trasformare quelle immagini nel principale problema dell’Italia permette, secondo lui, di non parlare di salari, sanità e condizioni economiche. La vetrina della multinazionale diventa quindi per lui un danno reale ma secondario.
Champagne ragiona invece in termini di responsabilità individuale e deterrenza. Non accetta che difficoltà economiche o rabbia sociale possano essere utilizzate per ridimensionare un furto e respinge l’idea che chi assalta i negozi lo faccia perché non ha da mangiare. Secondo lui molti partecipanti agli scontri dispongono di smartphone costosi e non appartengono affatto a una popolazione ridotta alla fame.
Lo scontro finisce per produrre due caricature perfette e opposte della stessa crisi: Jamal minimizza il valore simbolico delle vetrine distrutte per riportare l’attenzione sui problemi sociali; Champagne militarizza idealmente Milano fino a piazzare i cecchini sui tetti. In mezzo resta Cruciani, che prova a ricordare a entrambi che tra ignorare un saccheggio e sparare sui saccheggiatori dovrebbe forse esistere anche qualche soluzione intermedia.













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