L’articolo
Andrea Morandin è un gioielliere del Trevigiano, possiede il porto d’armi da 24 anni e dice di non avere mai subito rapine. Il problema, spiega a La Zanzara, è che ne sente parlare continuamente e vuole essere pronto nel caso qualcuno decida di colpire la sua attività. Per questo sui social mostra parte delle armi legalmente detenute e lancia un avvertimento destinato a far discutere: in caso di spaccata notturna, con il suo fucile la macchina dei rapinatori potrebbe diventare “cabrio”.
Dopo quel video le armi vengono ritirate in via cautelativa. Giuseppe Cruciani prende immediatamente le sue parti; David Parenzo, al contrario, considera rassicurante che l’uso della forza resti il più possibile nelle mani dello Stato.
«La macchina qualche volta diventa cabrio»
Nel filmato discusso in trasmissione Morandin descrive le protezioni della gioielleria: vetri antisfondamento e antiproiettile, pesanti barriere e porte rinforzate. Abitando sopra il negozio, racconta di avere anche una terrazza dalla quale potrebbe accorgersi di un tentativo di effrazione.
Poi mostra le armi. In studio elenca una Beretta, una Glock, una carabina calibro .223, un fucile a pompa e due doppiette, precisando che erano tutte regolarmente detenute.
La frase che gli crea il problema riguarda però proprio il fucile a pompa. Parlando di un eventuale veicolo utilizzato per una spaccata, scherza sul fatto che potrebbe farlo diventare “cabrio”.
Morandin sostiene che il senso fosse ironico e deterrente. Parenzo gli fa notare che, detto con il suo tono e mentre mostra armi vere, l’effetto può essere ben diverso da quello di una semplice battuta.
«Se temo per la mia incolumità, sparo»
Cruciani gli chiede di chiarire il messaggio: stava dicendo ai ladri che, entrando nella sua proprietà, sarebbe pronto a sparare?
Morandin distingue la minaccia generica dalla difesa personale. Dice di vivere tranquillamente e di non cercare problemi, ma aggiunge che se si trovasse in pericolo o temesse per la propria incolumità sarebbe pronto a utilizzare un’arma.
Dopo la pubblicazione del video racconta di essersi presentato spontaneamente dai carabinieri per capire quali conseguenze potesse avere. In un primo momento, secondo la sua ricostruzione, non gli sarebbe stato contestato nulla. Successivamente sarebbe però arrivato dall’autorità competente l’ordine di procedere al ritiro cautelativo delle armi.
Cruciani considera il provvedimento una limitazione assurda e sostiene che il vero risultato sia togliere deterrenza nei confronti di possibili rapinatori.
Parenzo: «Meno armi ai privati, meglio è»
Parenzo assume la posizione opposta. Non entra nel merito personale di Morandin, ma afferma un principio generale: l’esercizio della forza e l’utilizzo delle armi dovrebbero restare il più possibile sotto il controllo dello Stato.
Morandin replica ricordando di essere incensurato e di avere tutte le autorizzazioni necessarie. Contesta inoltre uno degli elementi richiamati nel provvedimento, relativo all’utilizzo delle armi, spiegando che dentro casa propria può legittimamente maneggiarle per caricarle, scaricarle o pulirle.
Annuncia comunque di voler procedere attraverso un avvocato per provare a riottenere quanto gli è stato ritirato.
Il contrasto tra Cruciani e Parenzo resta netto: per il primo il video rappresentava un avvertimento a eventuali criminali; per il secondo il solo fatto di associare pubblicamente armi reali a frasi così aggressive rende comprensibile l’intervento delle autorità.
Una gioielleria trasformata in una fortezza
La conversazione diventa quasi surreale quando Morandin descrive tutte le misure di sicurezza presenti nell’attività e nell’abitazione soprastante. Parla di telecamere, vetri blindati, porte rinforzate e persino di un metal detector.
Parenzo ironizza immaginando mine, sacchi di sabbia e cani da guardia. Morandin replica che molte protezioni non sono una sua fissazione, ma derivano proprio dagli obblighi legati all’attività di gioielliere.
La sua tesi è semplice: chi svolge un mestiere esposto al rischio di rapina viene già obbligato a trasformare negozio e abitazione in strutture estremamente protette; impedirgli anche di utilizzare strumenti di difesa legalmente posseduti gli sembra contraddittorio.
Dentro casa sì, fuori sarebbe «Far West»
Sul finale Cruciani prova a spingerlo verso una concezione assoluta della legittima difesa. Morandin, però, introduce un limite preciso.
Per lui all’interno della propria casa o proprietà privata la possibilità di difendersi dovrebbe essere molto ampia. Fuori, invece, non accetta l’idea di inseguire o sparare indiscriminatamente a chi fugge: trasformerebbe tutto in un “Far West”.
È proprio questa distinzione a definire meglio la sua posizione. Morandin non rivendica un diritto generale a usare le armi per strada; vuole però poter reagire con maggiore libertà quando qualcuno entra nella sua proprietà e mette in pericolo lui o la sua famiglia.
Cruciani chiude l’intervista con una richiesta inequivocabile: «Ridate le armi a questo signore». Parenzo rimane dall’altra parte. Per una volta lo scontro non è su chi abbia ragione tra ladro e gioielliere, ma su chi debba stabilire fino a dove possa arrivare un privato armato quando decide di difendersi.













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