L’articolo
Lorenzo Pacini, esponente del PD milanese e candidato sindaco, arriva a La Zanzara con una posizione destinata a far esplodere lo studio: le vetrine distrutte durante le proteste sono sbagliate, ma rispetto alle condizioni economiche e sociali dei milanesi rappresentano per lui un problema secondario.
È da qui che nasce la frase più forte dell’intervento: «Me ne fotto delle vetrine di Louis Vuitton». Poco dopo entra Livio Ghidelli e lo scontro diventa uno dei più netti possibili tra due idee opposte di città, sicurezza e ordine pubblico.
Pacini: «Le vetrine rotte sono un problema minore»
Cruciani riprende alcune dichiarazioni precedenti di Pacini sulle devastazioni avvenute durante le manifestazioni.
Pacini precisa di non considerare giusto rompere le vetrine e nega di avere mai giustificato i vandalismi. Contesta però la narrazione secondo cui la distruzione di una vetrina di un grande marchio avrebbe automaticamente lasciato senza lavoro i dipendenti.
Sostiene anzi che, dal punto di vista strettamente economico, la sostituzione di un vetro produca lavoro per chi deve ripararlo. È un ragionamento volutamente provocatorio, che Cruciani gli contesta immediatamente.
Pacini arriva quindi al punto centrale: a lui interessano prima di tutto le condizioni di vita dei milanesi e dei lavoratori, non il costo sostenuto da un colosso internazionale per rifare una vetrina.
Quando Cruciani cita Louis Vuitton, Pacini ribadisce che un gruppo di quelle dimensioni non finirà certo sul lastrico per un vetro distrutto.
Entra Livio Ghidelli
A quel punto arriva Livio Ghidelli, chiamato a confrontarsi direttamente con Pacini.
Il primo terreno di scontro è quello fiscale. Pacini critica i ricchi che trasferiscono la propria residenza in luoghi fiscalmente più favorevoli e prende come esempio San Marino. Per lui è paradossale che un lavoratore versi una quota importante del proprio reddito allo Stato mentre chi possiede patrimoni enormi può spostarsi dove il trattamento fiscale è più conveniente.
Pacini sostiene quindi che le leggi vadano cambiate e che l’Europa dovrebbe contrastare quelli che considera paradisi fiscali interni al continente.
Ghidelli e Cruciani fanno invece notare che, se una persona rispetta le leggi sulla residenza, non sta necessariamente evadendo le tasse.
500 educatori o 500 militari?
Il confronto diventa molto più acceso quando si parla di sicurezza a Milano.
Pacini sostiene che utilizzare centinaia di militari nelle strade sia uno spreco di risorse. Nella sua visione quei fondi dovrebbero essere destinati a scuola, sanità, case popolari e soprattutto educatori.
Ghidelli propone il contrario.
Per lui la presenza militare rappresenta una forma di deterrenza e gli agenti dovrebbero avere strumenti molto più efficaci per intervenire contro chi commette violenze o devasta negozi.
La contrapposizione viene sintetizzata quasi matematicamente: Pacini preferisce 500 educatori, Ghidelli 500 militari.
Quando si entra nel merito dei poteri da attribuire a questi ultimi, Ghidelli si spinge molto oltre: sostiene che, in determinate circostanze, un militare dovrebbe poter utilizzare anche le armi contro chi commette azioni particolarmente gravi.
Pacini respinge completamente questa impostazione.
Bloccare una tangenziale è protesta?
Altro terreno di scontro sono le tangenziali occupate dai manifestanti.
Pacini ammette di avere partecipato personalmente a proteste che hanno bloccato la viabilità. Non considera il disagio provocato agli automobilisti un incidente da evitare a ogni costo: secondo lui una protesta, per essere efficace, deve necessariamente creare qualche problema alla normalità quotidiana.
Cruciani gli fa notare che tra le persone bloccate ci sono anche lavoratori e cittadini comuni, proprio quelli che una forza di sinistra dovrebbe teoricamente difendere.
Pacini non arretra. Se il blocco costituisce un reato, dice provocatoriamente, lo arrestino o gli facciano una multa. Ma continua a sostenere che «le proteste si fanno così» e che senza disagio rischiano di essere irrilevanti.
Ghidelli: «Mani libere alla polizia»
Ghidelli arriva invece alla posizione opposta: chiede “mani libere” per la polizia.
Parla di interventi immediati con manganelli e idranti contro chi esce dai limiti della manifestazione e arriva a evocare strumenti ancora più duri.
Il caso del funzionario di polizia De Simone, rimasto ferito durante gli scontri, diventa un ulteriore punto di rottura.
Pacini esprime solidarietà al dirigente, ma aggiunge che quella solidarietà vale quanto quella dovuta a un manifestante ferito durante una carica. Si domanda inoltre perché De Simone non indossasse il casco protettivo nel momento dell’aggressione.
L’osservazione scatena nuove accuse in studio.
Due idee inconciliabili di sicurezza
Alla fine il confronto tra Ghidelli e Pacini va molto oltre una vetrina di Louis Vuitton.
Per Pacini la sicurezza non si costruisce principalmente con militari e repressione, ma intervenendo sulle condizioni sociali che producono disagio, investendo in servizi e accettando che una protesta possa anche disturbare la quotidianità.
Per Ghidelli il problema è quasi l’opposto: senza autorità, deterrenza e libertà d’intervento per le forze dell’ordine, la protesta rischia di diventare impunità.
In mezzo resta quella frase che sintetizza perfettamente l’approccio di Pacini: non giustifica le vetrine distrutte, ma dichiara di avere altre priorità.
E quando il marchio chiamato in causa è Louis Vuitton, la sintesi diventa molto meno istituzionale: «Me ne fotto delle vetrine di Louis Vuitton».













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