L’articolo

Giuliano Granato, portavoce di Potere al Popolo, torna a La Zanzara e trova immediatamente Giuseppe Cruciani pronto allo scontro. Il punto centrale è semplice: fino a dove può spingersi una protesta? Per Granato anche i blocchi stradali fanno parte degli strumenti storicamente utilizzati dai lavoratori e possono proseguire fino a quando non producono risultati. Cruciani ribatte che fermare un Paese non può diventare un diritto senza limiti.

Il confronto parte da Gaza e dalla politica israeliana, ma si sposta rapidamente sulle manifestazioni italiane, sulla gestione dell’ordine pubblico e soprattutto su una parola che Granato utilizza senza esitazioni: repressione.

Granato: «Questa tecnicamente è repressione»

Cruciani rifiuta la rappresentazione di un’Italia nella quale non sarebbe più possibile manifestare liberamente. Granato gli oppone identificazioni, denunce, procedimenti amministrativi e nuovi strumenti preventivi introdotti per gestire le piazze.

Il punto che lo preoccupa maggiormente è il fermo preventivo. Secondo Granato, impedire a qualcuno di raggiungere una manifestazione perché potrebbe successivamente commettere un illecito significa intervenire prima che il fatto sia avvenuto. Proprio per questo contesta Cruciani sul terreno che il conduttore rivendica abitualmente: quello delle libertà individuali.

Cruciani risponde che prevenire disordini è esattamente uno dei compiti delle forze dell’ordine e che eventuali interventi devono naturalmente poggiare su elementi concreti. Per Granato, però, il problema resta il confine tra prevenzione e compressione preventiva della libertà di manifestare.

Lo sciopero generale e le piazze

Granato annuncia quindi lo sciopero generale del 30 ottobre e decine di manifestazioni previste in Italia. Cruciani coglie immediatamente l’occasione: se tutte quelle piazze possono svolgersi, domanda, dove sarebbe la repressione?

La sua posizione è netta. Manifestare è legittimo finché non si lanciano oggetti contro la polizia, non si saccheggiano negozi e non si pretende di forzare zone interdette dall’ordine pubblico.

Granato non contesta la distinzione tra protesta e reato, ma difende strumenti di lotta più radicali rispetto a quelli accettati da Cruciani. È qui che il confronto arriva ai blocchi stradali.

«I blocchi sono uno strumento dei lavoratori»

Per Granato i blocchi, “da che mondo è mondo”, appartengono alla storia delle mobilitazioni dei lavoratori. Parenzo osserva che prima o poi anche quei blocchi vengono sgomberati; Cruciani pone allora la domanda decisiva: per quanto tempo si può bloccare un Paese?

La risposta di Granato è sostanzialmente: fino a quando la mobilitazione non ottiene risultati.

Cita proteste e mobilitazioni all’estero che, secondo il suo racconto, avrebbero costretto governi e istituzioni a modificare tagli e politiche pubbliche. Cruciani traduce brutalmente il concetto: «Blocchiamo il Paese». Granato non si sottrae e conferma il principio, collegandolo anche alla questione dei salari italiani.

La distanza tra i due è evidente. Per Cruciani il diritto a protestare finisce quando si impedisce agli altri di lavorare e muoversi. Per Granato, invece, una protesta incapace di produrre pressione rischia di essere ridotta a una semplice testimonianza senza conseguenze.

Governo Meloni e «nemico interno»

Granato allarga poi l’analisi al governo. Sostiene che l’esecutivo Meloni sia alle prese con difficoltà economiche e sociali alle quali, nella sua lettura, non riuscirebbe a fornire risposte sufficienti. Interpreta alcune misure di sicurezza e la narrazione delle proteste come strumenti utili a spostare il dibattito verso un “nemico interno”.

Cruciani lo incalza: sta sostenendo che qualcuno provochi deliberatamente gli incidenti per poter poi reprimere?

Granato non arriva a formulare questa accusa. Torna invece su ciò che considera documentabile nel dibattito politico: denunce, identificazioni e provvedimenti preventivi. È su questi elementi che fonda la propria definizione di repressione, mentre Cruciani continua a considerarla una parola sproporzionata rispetto alla situazione italiana.

Il caso dell’attivista arrestato

Il confronto si sposta infine sul ragazzo arrestato dopo gli scontri. Granato dice di avere letto il provvedimento e contesta soprattutto il modo in cui alcuni giornali lo avrebbero immediatamente trasformato nella “mente” delle rivolte.

Secondo lui si sarebbe costruito troppo rapidamente un capro espiatorio mediatico, senza aspettare che le responsabilità venissero chiarite. Cruciani e Parenzo gli ricordano che il provvedimento non arriva dai giornali ma dalla magistratura e dalle indagini.

Granato distingue però i due piani: non nega l’esistenza dell’inchiesta, ma attacca la rappresentazione pubblica dell’arrestato e insiste sulla tutela della libertà di opinione quando non sia dimostrata una partecipazione concreta ad atti violenti.

Bloccare per contare

Il cuore dell’intervento resta quindi il rapporto tra conflitto sociale e ordine pubblico. Granato non considera sufficiente una manifestazione che non riesca a esercitare una pressione concreta e difende i blocchi come uno degli strumenti possibili delle lotte dei lavoratori.

Cruciani parte dall'estremo opposto: si può manifestare quanto si vuole, ma non impedire indefinitamente agli altri di vivere, lavorare o circolare.

In pochi minuti si condensano così due concezioni incompatibili della protesta. Per Cruciani la libertà termina davanti al blocco e alla violazione delle regole. Per Granato, invece, una mobilitazione serve precisamente a creare un costo e può continuare finché non produce un risultato.

Sul finale prova a inserirsi anche Pasquale Lino Romano con un attacco a Potere al Popolo e ai percettori di sussidi, ma il collegamento diventa rapidamente incomprensibile. Cruciani chiude tutto. Lo scontro vero, quello tra protesta simbolica e blocco reale, è già andato in scena.