L’articolo

Olmo, educatore, illustratore, persona non binaria e attivista del Partito dei Capibara, arriva a La Zanzara con una posizione che manda immediatamente Giuseppe Cruciani su tutte le furie: non intende condannare automaticamente chi rompe le vetrine durante le manifestazioni.

Per Olmo la violenza di piazza non può essere isolata dal contesto sociale. Va prima di tutto “letta”, sostiene, guardando alle condizioni economiche, alla rabbia e alla frustrazione che producono le proteste. A interrompere il ragionamento arriva però Jonatan da Prato, che entra in studio con un bastone e propone una risposta esattamente opposta: più fermezza, più sostegno agli agenti e, nelle sue parole, più manganellate.

Olmo: «Le vetrine sono assicurate»

Cruciani chiede a Olmo se condanni chi distrugge le vetrine dei negozi durante le manifestazioni.

La risposta è netta: no.

Olmo sostiene che le vetrine siano assicurate e che i grandi marchi rappresentino simbolicamente un sistema economico basato sullo sfruttamento. Nella sua lettura, quando una popolazione frustrata e vessata si ribella, la distruzione di una vetrina non può essere trattata come se fosse equivalente alla violenza contro una persona.

Cruciani gli fa ascoltare la testimonianza di una commerciante che racconta sacrifici, rinunce e anni di lavoro dietro il proprio negozio. Olmo non cambia posizione: la donna, dice, potrà essere risarcita e la questione fondamentale resta ciò che produce socialmente quella rabbia.

È la frase che fa saltare definitivamente il banco.

Jonatan entra col bastone

Jonatan da Prato si presenta con quello che definisce provocatoriamente un manganello, anche se in studio viene precisato che si tratta di un bastone di legno.

La sua replica a Olmo è costruita esattamente sul ragionamento dell’assicurazione: se chi rompe una vetrina può dire che tanto verrà risarcita, provoca Jonatan, allora si potrebbe usare la stessa logica contro chi devasta.

Il punto politico è molto più serio della provocazione. Per Jonatan, nelle piazze italiane è stata delegittimata la polizia e si è permesso a gruppi violenti di prendere il sopravvento. Cita agenti feriti e attacchi con pietre e sostiene che le forze dell’ordine debbano rispondere con maggiore durezza.

Il poliziotto ferito e la responsabilità del governo

Jonatan mostra particolare indignazione per le immagini di un agente ferito durante gli scontri e chiede a Olmo di esprimergli solidarietà.

Olmo risponde che gli dispiace per il poliziotto, ma aggiunge che quell’agente si trovava in piazza perché mandato lì dal governo, nel mezzo di una popolazione arrabbiata.

Per Jonatan è una risposta inaccettabile: il poliziotto, replica, è lì per proteggere tutti, compreso chi manifesta.

Da quel momento lo scontro diventa quasi incontenibile. Jonatan chiede maggiore rispetto per gli agenti; Olmo rivendica invece il diritto di criticare radicalmente le modalità con cui le forze dell’ordine gestiscono le manifestazioni.

«La polizia è il manganello dello Stato»

Cruciani gli chiede perché utilizzi in senso dispregiativo la parola “sbirri” e gli ricorda che senza le forze dell’ordine non esisterebbe neppure la libertà di manifestare.

Olmo risponde che la polizia italiana dovrebbe essere profondamente riformata e pronuncia la frase centrale dell’intervento: in questo momento le forze dell’ordine sarebbero la rappresentazione del “manganello dello Stato”.

Secondo Olmo gli agenti eseguirebbero troppo spesso ordini senza interrogarsi sulla funzione che stanno svolgendo rispetto alla piazza. Richiama inoltre la propria esperienza personale nelle manifestazioni e sostiene di aver visto cariche arbitrarie e comportamenti che considera sproporzionati.

Jonatan ribalta completamente il quadro: per lui gli agenti sono funzionari dello Stato che stanno cercando di mantenere l’ordine mentre vengono insultati, colpiti e delegittimati.

Le manganellate «non rieducano»

Jonatan considera invece la forza uno strumento necessario per fermare chi distrugge o aggredisce. Sostiene che colpire duramente chi partecipa a disordini possa impedire che torni a farlo il giorno successivo.

Olmo replica che le manganellate non rieducano nessuno. Racconta di averne ricevute diverse nel corso della propria esperienza nelle piazze e sostiene che la repressione finisca anzi per alimentare ulteriore conflitto.

Il confronto diventa quindi uno scontro fra due idee incompatibili dell’ordine pubblico.

Per Jonatan, chi lancia pietre, rompe vetrine o aggredisce gli agenti deve sapere che lo Stato risponderà duramente. Per Olmo, concentrarsi soltanto sulla repressione significa evitare la domanda fondamentale: perché una parte della popolazione è arrivata a quel livello di rabbia?

Il Partito dei Capibara contro il sistema economico

Nel prosieguo emerge anche il programma economico radicale del movimento di Olmo. L’attivista parla di casa, sanità e lavoro come diritti da garantire universalmente, propone un limite massimo alla ricchezza individuale e immagina una settimana lavorativa drasticamente ridotta.

Dice apertamente di voler “distruggere il sistema economico per come funziona”, accusando i grandi proprietari e gli imprenditori di alimentare condizioni di sfruttamento.

È lo stesso schema che utilizza per leggere le proteste: per Olmo le vetrine distrutte sono un sintomo di un conflitto economico più ampio; per Jonatan sono semplicemente proprietà di qualcuno che lavora, investe e non deve pagare il prezzo della rabbia altrui.

Ed è proprio qui che lo scontro trova la sua sintesi. Da una parte lo Stato come manganello di un sistema da cambiare, dall’altra il manganello come strumento necessario dello Stato per impedire che la protesta diventi devastazione.