L’articolo
Francesco Gioia torna a La Zanzara con un curriculum che tiene insieme sport e militanza politica: tre volte campione italiano di strongman, personal trainer, istruttore di Muay Thai, vegetariano, antifascista e con un passato nell’anarchismo militante. Racconta di avere trascorso oltre cinque anni in carcere e di essere stato anche latitante in Spagna, ricondicendo le proprie vicende giudiziarie alla militanza. Tra le condanne cita una violenza aggravata ai danni di un funzionario della Digos e un altro episodio nato da uno scontro con militanti fascisti, che Gioia descrive come una reazione a un’aggressione. È proprio da questo passato che Cruciani parte per porgli la domanda più diretta: al di là del singolo episodio, è legittimo picchiare una persona semplicemente perché fascista?
Gioia: «Non è un diritto, è un dovere morale»
La risposta di Gioia non lascia molto spazio alle interpretazioni. Secondo lui, colpire un fascista non sarebbe soltanto un diritto, ma un “dovere morale”, perché determinate idee, quando arrivano alle persone sbagliate, possono produrre conseguenze pericolose come quelle viste storicamente in Italia e in Germania. Cruciani gli contesta immediatamente il principio: se ciascuno potesse decidere quali idee siano abbastanza pericolose da giustificare la violenza, qualcuno potrebbe applicare lo stesso criterio proprio contro anarchici o antifascisti. Gioia riconosce implicitamente il rischio ma non ritratta, precisando soltanto che personalmente non commette reati dal 2007 e che oggi non vorrebbe ritrovarsi nuovamente nei guai con la giustizia. Alla domanda se condanni chi usa la violenza contro militanti fascisti, ribadisce però che, nella sua visione, quella scelta resta moralmente giustificata.
Il discorso si sposta quindi sulle manifestazioni e sull’aggressione a un poliziotto avvenuta durante gli scontri di Torino. Gioia minimizza inizialmente la portata del martello utilizzato nell’episodio, osservando che un agente in tenuta antisommossa dispone di protezioni; Cruciani replica che una martellata può comunque diventare estremamente pericolosa, soprattutto se viene colpita la testa o viene spostato il casco. Gioia difende poi il ruolo storico dei servizi d’ordine nei cortei, spiegando che caschi, scudi e bastoni servirebbero, nella sua interpretazione, a proteggere i manifestanti dalla violenza della polizia. Quando Cruciani gli domanda se consideri la polizia violenta in sé, la risposta è ancora una volta netta: “per principio”.
Barboni arriva da Roma per affrontarlo
A quel punto entra in studio Giuseppe Barboni, arrivato appositamente da Roma per confrontarsi con Gioia. Tra i due esiste già una polemica personale costruita sui social, tra video, accuse reciproche, minacce di querele e una possibile sfida fisica organizzata in maniera legale. Barboni attacca Gioia fin dall’inizio: mette in dubbio il suo percorso sportivo, lo accusa di fare il “fenomeno da tastiera” e ironizza sul fatto che un anarchico, teoricamente ostile al capitalismo, utilizzi piattaforme commerciali e servizi online per guadagnare. Gioia replica rivendicando i propri risultati nello strongman e chiarendo di avere comunicato in anticipo l’impossibilità di essere presente fisicamente a Milano.
La tensione arriva rapidamente anche sul terreno personale. Barboni dice che gli piacerebbe affrontarlo in una gabbia e propone di trasformare la rivalità in un incontro regolare, con organizzazione e compenso economico. Gioia non esclude la sfida ma contesta modi e condizioni, mentre Cruciani cerca più volte di riportare la discussione sulle idee. Il punto interessante, infatti, non è tanto chi vincerebbe un eventuale combattimento, quanto la contraddizione che entrambi attribuiscono all’altro: Barboni considera Gioia un rivoluzionario che però sfrutta strumenti del mercato; Gioia vede invece Barboni come un personaggio che critica la violenza politica mentre utilizza continuamente un linguaggio aggressivo.
Proteste, vetrine e violenza politica
Quando viene mandato in onda un messaggio che chiede la liberazione dei manifestanti arrestati, Gioia precisa che chi organizza chat contenenti vere incitazioni alla violenza debba essere fermato. La discussione cambia però quando Cruciani gli chiede se anche chi distrugge vetrine o aggredisce agenti debba essere liberato. Gioia risponde che rompere una vetrina rappresenta, nella sua scala di priorità, una “violenza minima” rispetto a quella che attribuisce allo Stato, accusato di produrre povertà e partecipare a guerre. Cruciani traduce questa posizione come una teoria della rivoluzione violenta e gli domanda se ritenga davvero impossibile ottenere diritti senza ricorrere alla forza. Gioia risponde chiedendo retoricamente se sia mai esistita una rivoluzione completamente non violenta, confermando così una concezione del conflitto politico nella quale la violenza può assumere un ruolo legittimo.
È proprio questa impostazione che Barboni attacca più duramente. Per lui Gioia trasforma l’antifascismo in una giustificazione permanente dello scontro fisico e finisce per stabilire arbitrariamente chi possa essere trattato come un nemico politico. Gioia sostiene invece che determinate ideologie abbiano già dimostrato storicamente la propria pericolosità e che combatterle non sia equivalente a perseguitare una normale opinione.
Razzismo, trans e lo scontro finale
Il confronto si ribalta quando Cruciani porta Barboni sulle sue posizioni. Barboni chiarisce una precedente frase sui gay in televisione sostenendo di non volerli escludere, ma di pretendere “sobrietà” da chiunque esibisca la propria identità in maniera spettacolare. Sulle persone transgender parla invece di un “disturbo”, posizione che Gioia contesta duramente. Lo scontro diventa ancora più acceso quando Barboni affronta il tema dell’immigrazione e sostiene l’esistenza di differenze tra “razze”, citando anche presunti dati sul quoziente intellettivo medio dei somali. Gioia definisce queste affermazioni razziste e arriva a dire che persone con idee simili “non dovrebbero esistere”, frase che Cruciani gli contesta immediatamente chiedendogli quale conseguenza concreta immagini: arresto, internamento o eliminazione politica.
Nel finale torna il tema delle manifestazioni. Gioia racconta di aver preparato alcune indicazioni generali per chi viene fermato durante un corteo, insistendo soprattutto sull’assistenza legale e sul diritto a non autoincriminarsi. Quando la discussione scivola sulla possibilità di negare responsabilità per non coinvolgere altri manifestanti, Barboni lo accusa di trasformare le garanzie processuali in una forma di deresponsabilizzazione.
Il confronto si chiude senza alcun terreno comune. Gioia rivendica l’antifascismo militante fino a considerare moralmente giustificabile la violenza contro i fascisti e vede nello scontro un elemento storico delle conquiste politiche; Barboni lo accusa di essere un rivoluzionario incoerente e, nello stesso tempo, espone posizioni su immigrazione, identità e differenze etniche che Gioia considera apertamente razziste. Alla fine, più che stabilire chi abbia ragione, il blocco mostra due visioni opposte che condividono però lo stesso problema: entrambe tendono a trasformare l’avversario politico in qualcosa di molto più radicale di un semplice interlocutore.













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