L’articolo
Fabrizio arriva a La Zanzara con un passato nella curva dell’Inter e un’identità politica che non prova minimamente a nascondere. Giuseppe Cruciani lo presenta come un mussoliniano e l’ospite non corregge la definizione. Anzi: nel corso del confronto rivendica la propria simpatia per Benito Mussolini, racconta di aver fatto il saluto romano e considera l’attuale destra di governo troppo moderata.
Il punto di partenza, però, è Milano. Fabrizio racconta di aver partecipato a un ritrovo organizzato dopo i disordini degli ultimi giorni. Secondo lui la stampa avrebbe descritto male l’iniziativa: non una spedizione contro i “maranza”, ma un incontro nato con l’obiettivo, nelle sue parole, di “rimilanesizzare la città”.
«Rimilanesizzare Milano»
Cruciani gli chiede immediatamente cosa significhi. Fabrizio parla di territorio, amici, camerati e persone provenienti anche dall’ambiente dello stadio. L’idea di fondo è quella di riaffermare una presenza locale in una città che, a suo giudizio, avrebbe perso parte della propria identità e del controllo del territorio.
La domanda diventa quindi inevitabile: cosa avrebbe fatto trovandosi davanti un ragazzo intento a saccheggiare un negozio?
Fabrizio risponde prima con una battuta estrema, dicendo che avrebbe potuto partecipare alla spartizione del bottino “da buon squadrista” oppure “abbatterlo”. Subito dopo precisa che si tratta di una provocazione. Quando Cruciani prova però a portarlo sul terreno delle squadre private organizzate, l’ospite prende le distanze.
No alle milizie, sì alle ronde «in casi estremi»
Fabrizio dice di non volere gruppi privati che sostituiscano polizia ed esercito. Contesta anche l’utilità di schierare militari senza attribuire loro poteri sufficienti.
Sulle ronde, invece, la risposta è più possibilista. In situazioni che considera caratterizzate da un’assenza di Stato o di controllo del territorio, sostiene che potrebbero avere un senso.
Parenzo gli contesta proprio questa premessa: lo Stato non è affatto assente e Milano, Sesto San Giovanni o Cinisello non sono territori abbandonati. Il confronto diventa così uno scontro sulla percezione della sicurezza: per Fabrizio la presenza istituzionale non sarebbe abbastanza forte; per Parenzo la soluzione non può essere affidare il presidio delle strade a gruppi di cittadini.
«Mussolini è stato un grande statista»
Cruciani arriva quindi al punto politico. Gli chiede se consideri Benito Mussolini un grande statista.
Fabrizio risponde di sì e sostiene che abbia fatto del bene all’Italia, pur aggiungendo che abbia commesso anche errori. Alla domanda se oggi servirebbe “un altro Mussolini”, corregge leggermente il tiro: dice di volere soprattutto uno Stato forte e un leader capace di diventare un riferimento autorevole.
La distanza dall’attuale centrodestra è netta. Giorgia Meloni, nella sua lettura, sarebbe sostanzialmente una moderata, addirittura una “democristiana”.
Fabrizio conferma inoltre di avere fatto il saluto romano e parla della commemorazione dei propri “camerati caduti”. Non si presenta quindi come un elettore conservatore particolarmente radicale, ma rivendica direttamente una cultura politica legata al fascismo storico.
Lo scontro con Parenzo su Israele
Il confronto si sposta rapidamente su Israele e sulla memoria della Shoah. Fabrizio attacca duramente Parenzo e sostiene che nel dibattito pubblico italiano esista un’attenzione eccessiva verso Israele e le commemorazioni legate alla storia ebraica.
Le sue affermazioni provocano una reazione immediata, soprattutto quando parla di un presunto “vittimismo” che durerebbe da decenni. Parenzo riconduce quelle parole a un repertorio antisemita già noto, mentre Fabrizio insiste nel presentarle come critica politica e mediatica a Israele.
La discussione degenera rapidamente, mescolando Shoah, 7 ottobre, conflitto israelo-palestinese e accuse reciproche.
Putin, Ucraina e «popoli che hanno bisogno del bastone»
Fabrizio esprime anche una posizione favorevole a Vladimir Putin rispetto alla leadership ucraina. Utilizza parole molto pesanti contro Volodymyr Zelensky e, incalzato da Cruciani, sostiene che alcuni popoli abbiano bisogno di maggiore autorità e disciplina.
Quando prova a citare cifre sugli aiuti italiani all’Ucraina, Cruciani interrompe il tentativo di trasformare il segmento in una discussione statistica e mantiene il confronto sulle convinzioni politiche dell’ospite.
Il quadro che emerge è coerente con quanto detto in precedenza: Fabrizio privilegia autorità, ordine e leadership forte rispetto a modelli politici più liberali.
Immigrazione: «Chi lavora resta»
Sull’immigrazione il suo discorso è meno schematico di quanto Cruciani prova a suggerire. Fabrizio dice di aver lavorato per trent’anni nella ristorazione e di aver conosciuto molti lavoratori stranieri, compresi egiziani, che descrive come persone capaci di lavorare duramente.
Non propone quindi l’espulsione indiscriminata degli stranieri. La sua distinzione è tra chi lavora e rispetta le regole e chi, a suo giudizio, non merita di rimanere nel Paese.
Quando Cruciani gli chiede infine chi voterebbe oggi, la risposta chiude perfettamente il personaggio: non vota da trent’anni. Non si riconosce nell’offerta politica esistente e richiama idealmente la Repubblica Sociale.
Dalla “rimilanesizzazione” alle ronde, dallo Stato forte a Mussolini, Fabrizio costruisce così un intervento nel quale non cerca praticamente mai di moderare le proprie coordinate politiche. Ed è proprio questa rivendicazione esplicita, più ancora delle provocazioni, a trasformarlo nell’ennesimo personaggio perfettamente compatibile con il laboratorio della Zanzara.













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