L’articolo

Roberto Jonghi Lavarini, il “Barone Nero”, arriva nello studio de La Zanzara con David Parenzo finalmente davanti e lo scontro parte senza alcun riscaldamento. Cruciani lo presenta come uomo vicino all’area di Futuro Nazionale e a Roberto Vannacci; Parenzo lo accoglie tornando immediatamente sul fascismo e sull’amnistia Togliatti. Per Jonghi Lavarini, giudicare quel passaggio storico con gli occhi di oggi significa ignorare quanto della classe dirigente, dell’amministrazione pubblica e perfino dell’impianto legislativo della nuova Repubblica provenisse direttamente dal periodo precedente. Parenzo vede invece nell’amnistia un errore che ha permesso a troppi fascisti di riciclarsi nel dopoguerra.

La vittoria dell’Asse

Cruciani gli chiede quindi di ripetere davanti a Parenzo una posizione già espressa altre volte: durante la Seconda guerra mondiale avrebbe preferito la vittoria dell’Italia e dei suoi alleati. Jonghi Lavarini conferma e sostiene che, collocandosi in quel preciso momento storico, gli sembri naturale che un italiano tifasse per il proprio paese. Parenzo gli ricorda però che quell’alleanza significava anche stare dalla parte della Germania nazista e della Repubblica Sociale, sostenuta dall’occupazione tedesca.

Il confronto si allarga ai simboli del Ventennio. Jonghi Lavarini ammette di possedere a casa cimeli e busti di Mussolini e continua a rivendicare un approccio alla storia che definisce non manicheo. Per Parenzo, invece, il tentativo di relativizzare fascismo e nazismo finisce per cancellare la differenza tra una dittatura e le democrazie che la combatterono.

«È un’invasione islamica»

Dalla storia si passa all’attualità e all’immigrazione. Jonghi Lavarini parla apertamente di un’invasione in Europa e concentra la critica soprattutto sull’immigrazione proveniente da paesi musulmani. Sostiene che alcune comunità siano più difficili da assimilare rispetto ad altre e porta come esempio anche episodi di cronaca che coinvolgono cittadini nordafricani.

Parenzo gli chiede se vorrebbe espellere tutti i musulmani. Jonghi Lavarini precisa di riferirsi a chi non intende integrarsi, ma insiste sulla necessità di una politica molto più dura. Quando Parenzo evoca provocatoriamente l’Alabama segregazionista degli anni Cinquanta, il “Barone Nero” ribalta il paragone ricordando il passato razzista degli stessi Stati Uniti e spostando poi il discorso su Israele e Palestina.

Gaza, Israele e le “bombe democratiche”

Jonghi Lavarini accusa Israele di applicare discriminazioni nei confronti dei palestinesi e descrive la distruzione di Gaza con paragoni estremi, arrivando ad accostarla a Hiroshima. Sono valutazioni e dati presentati dall’ospite durante lo scontro e immediatamente contestati in studio. Parenzo gli ricorda la complessità del conflitto e respinge il tentativo di usare quelle accuse per relativizzare altri regimi o altri periodi storici.

Il passaggio centrale arriva però quando si torna alla Seconda guerra mondiale. Cruciani fa ascoltare una critica politica al programma di Vannacci, descritto da un esponente leghista come qualcosa che ricorderebbe la Monaco degli anni Venti e il Ventennio fascista. Jonghi Lavarini liquida il paragone e torna sul proprio metodo: secondo lui non si può ridurre la storia a buoni assoluti e cattivi assoluti.

Parenzo allora gli chiede direttamente se almeno Hitler possa essere definito senza esitazioni. Jonghi Lavarini risponde parlando di “errori” e contrappone ai crimini nazisti i bombardamenti alleati, Dresda, Hiroshima e il colonialismo occidentale. È qui che nasce la frase che dà il titolo al blocco. Parenzo sostiene che le bombe cadute sull’Italia contribuirono a liberare il paese dal fascismo; Jonghi Lavarini ironizza sulle “bombe democratiche” e sulle “bombe di libertà”, contestando l’idea che un bombardamento possa diventare moralmente diverso soltanto perché compiuto da una democrazia.

Da lì parte una raffica contro il modello americano: guerre, bombardamenti, petrolio, colonialismo e trattamento dei nativi americani. Parenzo insiste però sulla differenza fondamentale tra le democrazie occidentali e la Germania nazista e gli pone una domanda secca: se fosse stato tedesco all’epoca, avrebbe preferito vivere nella Germania di Hitler o negli Stati Uniti? Jonghi Lavarini risponde che, collocandosi in quello “spaziotempo”, avrebbe scelto la Germania. Parenzo esplode e gli ricorda ancora una volta campi di sterminio e persecuzioni.

Le ronde e l’autodifesa

Nel finale Cruciani porta Jonghi Lavarini sulle ronde cittadine. L’ospite le considera una risposta legittima quando lo Stato non riesce a garantire sicurezza e sostiene che i cittadini abbiano il diritto di difendere territorio, famiglie e anziani. Parenzo gli contesta immediatamente il rischio di trasformare gruppi privati in sostituti delle forze dell’ordine.

Jonghi Lavarini arriva a descrivere una progressione: prima si invita chi disturba ad andarsene, poi si interviene più energicamente e, se la situazione continua, giustifica anche una “sberletta”. Per lui si tratta di autodifesa del territorio; per Parenzo il confine con lo squadrismo diventa invece sempre più sottile.

Il confronto finisce esattamente dove era iniziato: due letture opposte della storia e dello Stato. Jonghi Lavarini rifiuta la divisione tra vincitori democratici e sconfitti assolutamente malvagi, difende Futuro Nazionale, politiche migratorie drastiche e forme di autodifesa civile. Parenzo considera invece quel revisionismo storico e quelle soluzioni politiche il segnale di un ritorno a idee che l’Italia avrebbe dovuto lasciarsi definitivamente alle spalle.