L’articolo
La telefonata a Leo il fascista arriva nel finale di una puntata che Cruciani stesso definisce “intrisa di odio”.
E Leo non delude le aspettative.
Appena sente nominare David Parenzo, parte con una raffica di insulti e auguri di morte. Dice di volerlo vedere morto, allarga l’invettiva ai “sinistroidi” e ai “sionisti” e arriva ad augurare loro malattie e sofferenze.
Poi prova a precisare il concetto: non sarebbe lui a volerli uccidere materialmente, ma Dio a dover intervenire.
La distinzione non rende il tono meno feroce.
Parenzo bersaglio principale
Parenzo prova inizialmente a sdrammatizzare, dicendo di essersi perfino preoccupato perché Leo non si sentiva da un po’.
La risposta è tutt’altro che riconciliante.
Leo continua ad attaccarlo personalmente e ribadisce più volte che, a suo giudizio, Parenzo dovrebbe morire. Nel corso della telefonata arriva anche a dire che, in caso di una futura guerra civile, andrebbe a cercarlo personalmente.
È uno dei passaggi più pesanti del confronto.
Parenzo lo incalza proprio su questo punto, cercando di distinguere tra provocazione, odio politico e minaccia concreta.
Leo torna allora a sostenere di non volerlo uccidere direttamente, ma il linguaggio rimane costantemente violento.
«Mussolini è una fede»
Quando Cruciani gli chiede se sia davvero un ammiratore di Benito Mussolini, Leo non prova nemmeno a moderarsi.
Per lui Mussolini è “una fede”.
Definisce il fascismo quasi una religione e sostiene che soltanto chi è veramente fascista possa comprenderne il significato.
Alla domanda su un possibile “nuovo Duce”, risponde che oggi vorrebbe un cambiamento radicale e osserva con entusiasmo lo spostamento a destra di diversi Paesi europei.
Parla di Germania, Francia, Spagna e Nord Europa come segnali di una tendenza che, nella sua lettura, porterebbe progressivamente il continente verso posizioni più vicine alle sue.
Mostra anche interesse per Roberto Vannacci, pur dicendo di guardarlo con sospetto sul piano strategico: teme che possa essere stato collocato nel sistema politico per danneggiare la destra, ma spera che alla fine finisca per schierarsi stabilmente con Giorgia Meloni.
«Sono fascista, non nazista»
Lo scontro torna poi sul tema dei sionisti.
Leo insiste nel dichiarare il proprio odio nei loro confronti e usa espressioni pesantemente offensive.
Quando gli viene contestata l’associazione tra quelle parole e l’antisemitismo, prova a tracciare una distinzione: “sono fascista, non sono nazista”.
Dice di riferirsi ai sionisti e non agli ebrei in quanto tali, salvo poi ammettere di non conoscere bene nemmeno il significato preciso del termine “sionismo”.
Parenzo coglie immediatamente la contraddizione: Leo costruisce gran parte della propria invettiva contro una categoria che lui stesso ammette di non saper definire con precisione.
Il confronto degenera nuovamente in una sequenza di insulti reciproci.
Cosa avrebbe fatto di buono il fascismo?
Parenzo prova allora a spostare la discussione sul merito.
Gli chiede cosa trovi realmente di positivo nel fascismo e quali risultati attribuisca a Mussolini.
Leo risponde con alcune delle rivendicazioni classiche del nostalgismo fascista: pensioni, sanità, famiglia, ordine.
Parenzo contesta subito queste attribuzioni e gli ricorda che molte delle conquiste sociali citate non sono state “inventate” dal fascismo.
Ma il punto più evidente arriva subito dopo.
Il paradosso dell’articolo 21
Leo rivendica con forza il diritto di dire tutto ciò che pensa e chiama in causa l’articolo 21 della Costituzione, cioè la libertà di espressione.
Parenzo gli fa notare il paradosso: un fascista che invoca una libertà costituzionale nata anche in risposta alla dittatura fascista.
Durante il Ventennio, osserva Parenzo, quella libertà non esisteva affatto.
Leo non prova a risolvere il cortocircuito teorico.
La sua risposta è molto più semplice: oggi l’articolo 21 esiste, quindi lui lo utilizza.
È probabilmente il punto in cui il personaggio si mostra nel modo più chiaro: rivendica le libertà della democrazia per celebrare apertamente un regime che quelle libertà le aveva negate.
Sicurezza, proprietà e pena di morte
La telefonata si sposta anche sulla sicurezza.
Leo descrive l’Italia come un Paese nel quale non si potrebbe più vivere tranquillamente senza il timore di rapine o intrusioni in casa.
La sua soluzione è radicale: chi entra nella sua proprietà, dice, deve aspettarsi una reazione armata.
Si dichiara inoltre favorevole alla pena di morte per alcuni reati particolarmente gravi, soprattutto quando coinvolgono bambini o anziani.
Parenzo lo accusa di voler trasformare il Paese in una società autoritaria fondata sulla paura e sulla repressione.
Leo considera invece proprio quella durezza l’unico modo per ristabilire ordine.
I nipoti a Predappio
Il passaggio conclusivo è forse il più simbolico.
Leo racconta di andare a Predappio e dice di volerci portare anche i propri nipoti, uno dei quali ha circa quattordici anni, insieme ad alcuni amici.
Il motivo è esplicito: vuole trasmettere loro quella che definisce la propria “religione fascista”.
Conferma anche di fare il saluto romano e, quando Cruciani gli chiede quale canzone fascista preferisca, cita Faccetta Nera e aggiunge che gli piace praticamente tutto ciò che appartiene a quell’immaginario.
La telefonata si chiude senza alcun ripensamento.
Leo resta fermo sulla propria idolatria di Mussolini, sul fascismo come fede, sulla pena di morte e sulla convinzione che l’Italia abbia bisogno di una svolta autoritaria.
Parenzo, dopo averlo lasciato parlare fino in fondo, lo liquida con una definizione molto più semplice: “Leo, l’idiota”.













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