L’articolo
Ugo Rossi passa per Milano e finisce direttamente nello studio de La Zanzara, dove trova Clizia De Rossi e il Romano della Zanzara. Il terreno è già minato: pochi minuti prima Romano e Clizia si erano punzecchiati su fascismo, libertà e sessualità, con la massima del Romano secondo cui sarebbe “più facile fare i fascisti in democrazia che fare i democratici sotto il fascismo”.
Poi entra Rossi e la discussione cambia immediatamente livello.
Rossi, Putin e la Russia
Cruciani lo presenta come vicino a Roberto Vannacci e fortemente favorevole alla Russia. Rossi non rinnega affatto la propria opinione su Vladimir Putin, che torna a definire un grande leader, e racconta in termini molto positivi ciò che dice di aver visto durante il suo recente viaggio nel Paese.
Tra gli aspetti che apprezza cita proprio l’assenza di Pride e di quella che definisce “propaganda gender” o ideologia woke.
Quando il discorso arriva alle proposte di Vannacci sui contenuti televisivi nelle fasce protette, Rossi si dice favorevole a limitare determinate rappresentazioni tra la mattina e la sera, richiamando il vecchio sistema del “bollino rosso”.
Cruciani gli pone allora una domanda molto concreta: una persona come Clizia De Rossi dovrebbe poter apparire liberamente in televisione durante quella fascia?
La risposta di Rossi è negativa. :chatgpt-content-reference{index="0"}
«Un OGM della società»
Da qui lo scontro diventa frontale.
Cruciani chiede a Rossi se consideri davvero Clizia “contro natura”. Rossi risponde affermativamente e sviluppa la sua posizione parlando di una presunta normalità naturale fondata su uomo e donna.
Poi arriva l’espressione che domina il blocco: definisce persone come Clizia “un OGM della società”, il prodotto, secondo la sua lettura, di un esperimento culturale alimentato dall’ideologia woke e dalle teorie gender attraverso scuola, spettacolo e comunicazione.
È una valutazione politica e personale di Rossi, non una definizione scientifica.
Clizia reagisce duramente e il confronto si sposta subito su un punto ancora più concreto: chi debba sostenere economicamente i percorsi di transizione di genere. :chatgpt-content-reference{index="1"}
Cure ormonali e servizio sanitario
Rossi sostiene che lo Stato non dovrebbe finanziare terapie ormonali e interventi collegati alla transizione. Nella sua impostazione non si tratterebbe di curare una malattia e quindi le spese dovrebbero essere sostenute personalmente da chi decide di intraprendere quel percorso.
Arriva a paragonare la transizione a un intervento estetico.
Clizia ribalta completamente il ragionamento: le persone trans pagano le tasse come tutti gli altri cittadini e il servizio sanitario, nella sua visione, deve occuparsi anche dei percorsi necessari al loro benessere.
Per contestare la logica di Rossi porta volutamente il ragionamento all’estremo: se ognuno dovesse pagarsi autonomamente tutto ciò che riguarda la propria condizione personale, allora si potrebbe dire la stessa cosa persino di cure oncologiche, psicologiche o psichiatriche.
Rossi insiste sulla distinzione: tumori e depressione, sostiene, sono malattie; la transizione di genere no, e proprio per questo non dovrebbe ricadere sulla collettività.
Il confronto resta completamente bloccato su due concezioni opposte del diritto alla salute e del ruolo del servizio sanitario pubblico. :chatgpt-content-reference{index="2"}
Dal gender alla NATO
La discussione prende poi una brusca deviazione verso Putin, NATO e guerra in Ucraina.
A Rossi viene ricordato il suo rapporto con la Russia e gli viene attribuita una posizione favorevole all’uscita dell’Italia dalla NATO.
Lui corregge il tiro: dice di non considerarsi “filo-Putin”, ma “filo-italiano”, e sostiene di contestare quella che descrive come una politica aggressiva dell’Alleanza Atlantica nei confronti della Russia.
Rossi ripropone quindi la propria interpretazione degli eventi del 2014 in Ucraina, sostenendo che il cambio di potere a Kiev sarebbe stato orchestrato dall’Occidente, dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e dalla NATO. Presenta inoltre l’intervento russo come una reazione all’accerchiamento occidentale e paragona la situazione alla crisi dei missili di Cuba.
Sono tesi sostenute da Rossi nel confronto e immediatamente contestate dagli altri presenti, non fatti accertati dalla trasmissione.
Sanzioni, Berlusconi e “tradimento”
Rossi attacca anche le sanzioni contro Mosca, che a suo giudizio danneggerebbero soprattutto gli italiani. Descrive la Russia come un Paese nel quale si vivrebbe bene nonostante le misure occidentali e rimpiange i rapporti costruiti in passato tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin.
Clizia e gli altri lo accusano invece di assumere una posizione apertamente filorussa, fino a definirlo provocatoriamente un “traditore”.
Rossi respinge l’accusa e insiste: difendere, a suo giudizio, l’interesse italiano significa anche recuperare relazioni economiche e geopolitiche con Mosca. :chatgpt-content-reference{index="3"}
Le elezioni russe
Il finale torna sulla natura del sistema politico russo.
Viene contestata a Rossi l’esclusione di forze contrarie alla guerra dalle competizioni elettorali. Lui replica sostenendo di essere stato personalmente in Russia e di aver assistito a elezioni che considera trasparenti.
Anche questa affermazione diventa immediatamente terreno di scontro.
Il blocco si chiude quindi esattamente dove era iniziato: due idee incompatibili di normalità e libertà.
Per Ugo Rossi il modello occidentale starebbe imponendo ideologia gender, politicamente corretto e ostilità alla Russia; per Clizia De Rossi quelle posizioni trasformano identità personali e diritti in bersagli politici. E in mezzo il Romano della Zanzara, già lanciato nella sua personale battaglia contro qualsiasi tentativo di trasformare la trasmissione nel congresso permanente dei vannacciani.













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