L’articolo
Amin Falil, Gio Urso e Igor Stojanovic trasformano il finale de La Zanzara in uno scontro su che cosa significhi davvero la parola “violenza”. Da Dubai, Falil parte dalle devastazioni di Milano ma rifiuta di fermarsi alle vetrine rotte: per lui esiste una violenza economica e sociale molto più quotidiana. Gio Urso risponde con una filosofia diametralmente opposta, esibendo la sua nuova Porsche 911 fucsia e invitando chi protesta a “fare fatturato”. Igor Stojanovic entra infine nel confronto per sostenere una terza posizione: le devastazioni sono sbagliate, ma trattare un’intera generazione come un nemico non risolve nulla.
Amin Falil: «Anche questa è violenza»
L’autoproclamato “re dei maranza” Amin Falil, collegato da Dubai, riconosce fin dall’inizio che spaccare una vetrina o lanciare bottiglie contro i carabinieri sia violenza. Quello che contesta è che il dibattito pubblico, a suo giudizio, utilizzi quella parola soltanto quando esplode nelle strade.
Falil comincia quindi un lungo elenco. Uno stage pagato 500 euro è violenza. Una falsa partita IVA che non permette nemmeno di ammalarsi è violenza. Un contratto che scade ogni tre mesi è violenza. Lo è, secondo lui, anche lavorare otto ore senza arrivare a fine mese, dover scegliere tra bollette e spesa o destinare metà dello stipendio all’affitto.
Aggiunge le attese per una visita medica, le difficoltà nell’accesso al sostegno psicologico e l’impossibilità per molti ventenni di immaginare l’acquisto di una casa. Cruciani contesta l’intero impianto: una vetrina assaltata è una violenza concreta, sostiene, e non può essere relativizzata trasformando ogni difficoltà economica nella stessa cosa.
Falil insiste invece che proprio questa distinzione sia il problema. Secondo lui il governo interviene immediatamente quando la rabbia esplode in strada, mentre precarietà, salari e futuro dei giovani rimangono sullo sfondo. Alla domanda sul perché viva a Dubai risponde con una frase altrettanto netta: «In Italia non puoi più sognare».
Gio Urso: «Del caro vita non me ne frega niente»
Ad ascoltarlo in studio c’è Gio Urso, che entra nella discussione quasi come la caricatura perfetta della tesi opposta. Alla domanda sul caro vita risponde di non esserne minimamente preoccupato e annuncia di essersi appena comprato una Porsche 911 fucsia brillantinata da circa 170 mila euro.
Urso rivendica apertamente il proprio modello: vuole il rombo del motore, non l’auto elettrica, e soprattutto vuole mostrare il proprio successo economico. A chi manifesta replica con il suo slogan: «Andate a fare fatturato».
Per lui le devastazioni di Milano non sono il prodotto di un disagio da comprendere ma reati da punire severamente. Richiama i saccheggi di negozi come Foot Locker e Off-White e arriva a invocare pene lunghissime per chi entra nei negozi a rubare.
Quando la discussione passa agli stranieri, la posizione si radicalizza ulteriormente: Urso invoca la rimigrazione e generalizza pesantemente sui ragazzi di origine marocchina, arrivando a contestare persino l’identità italiana di chi è nato nel Paese da genitori stranieri. Cruciani prova a riportarlo sul piano giuridico: se una persona è italiana e commette un reato, va perseguita come cittadino italiano.
Falil e Urso, due mondi che non si riconoscono
A questo punto il confronto perde qualsiasi possibilità di mediazione. Urso considera Falil l’esempio di un modello negativo per i giovani: vive a Dubai, si presenta come “re dei maranza” e, secondo lui, cerca giustificazioni per chi commette violenza. Falil risponde attaccando il culto del denaro ostentato da Urso e la sua Porsche.
Il loro scontro rappresenta due idee quasi perfettamente inverse. Falil parte dalle condizioni materiali e interpreta la violenza di piazza come sintomo di un sistema che produce frustrazione; Urso parte dalla responsabilità individuale e considera ogni spiegazione sociale una scusa per chi non vuole lavorare e costruirsi un reddito.
Urso racconta inoltre di avere quattro locali e dice di aver esposto in almeno uno di questi un cartello con cui vieta l’ingresso ai “maranza”. È il punto nel quale entra nella discussione Igor Stojanovic.
Igor Stojanovic: «Hanno sbagliato, ma bisogna dargli un futuro»
Igor Stojanovic esordisce prendendo le distanze dalle devastazioni. Esprime solidarietà alle forze dell’ordine e dice chiaramente che quanto accaduto a Milano non va bene. La rabbia dei ragazzi, sostiene, deve essere incanalata in proteste diverse.
La distanza da Gio Urso emerge però immediatamente. Stojanovic dice di essere molto più interessato al futuro di quei ragazzi che alle vetrine delle multinazionali. Non nega i danni né assolve chi li ha provocati, ma ritiene insufficiente rispondere soltanto con nuovi decreti, esercito e repressione.
Secondo lui una parte dei ragazzi cresce dentro un modello sociale nel quale il successo viene rappresentato attraverso scarpe firmate, automobili costose, champagne e ostentazione. Proprio personaggi come Urso, con la Porsche e il linguaggio del “fatturato”, possono diventare simboli di ciò che chi si sente escluso pensa di dover raggiungere a ogni costo.
«Stiamo disumanizzando dei bambini»
Stojanovic arriva così al punto più forte del proprio intervento. Continuare a usare “maranza” come categoria indistinta, secondo lui, significa trasformare e disumanizzare ragazzi molto giovani anziché distinguere responsabilità individuali e problemi sociali.
Non chiede impunità. Ripete che chi ha devastato ha sbagliato, ma sostiene che la risposta non possa essere soltanto militare o securitaria. «Bisogna garantirgli un futuro», insiste, contestando l’idea che l’ennesimo decreto sicurezza possa risolvere il problema.
Stojanovic porta anche la propria esperienza personale: racconta di aver trascorso gli ultimi due anni lavorando con ragazzi indicati proprio come “maranza”, cercando di formarli e aiutarli a entrare nel mondo del lavoro. Dice di conoscerne sogni, aspirazioni e difficoltà e rifiuta la rappresentazione secondo cui sarebbero tutti criminali senza possibilità di recupero.
Vetrine o futuro: il conflitto resta aperto
Il confronto si chiude senza una vera sintesi. Amin Falil allarga la definizione di violenza fino a includere precarietà, affitti, bassi salari e assenza di prospettive. Gio Urso rifiuta completamente questa lettura: per lui bisogna smettere di lamentarsi, produrre reddito e punire duramente chi delinque. Igor Stojanovic prova a tenere insieme i due piani: condanna dei reati, ma anche comprensione delle condizioni che producono rabbia e marginalità.
È proprio la parola “violenza” a rimanere contesa. Per Cruciani e Urso parte dall’atto concreto di chi distrugge una vetrina. Per Falil comincia molto prima, nelle condizioni materiali di chi non vede un futuro. Per Stojanovic, invece, il rischio è che la risposta a quella rabbia finisca per trasformare un’intera generazione in un nemico da combattere anziché in un problema da affrontare.













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