L’articolo
Wanna Marchi e Stefania Nobile arrivano a La Zanzara nel pieno della polemica per il premio ricevuto in Campidoglio, all'interno della Sala della Protomoteca. Un riconoscimento privato legato ai loro libri che, proprio per essere stato consegnato in una sede istituzionale e associato alla parola “cultura”, ha riacceso immediatamente il dibattito sul loro passato.
Giuseppe Cruciani si schiera dalla loro parte fin dall'inizio. Per lui il punto è semplice: Marchi e Nobile hanno affrontato le conseguenze giudiziarie delle loro vicende e non possono essere escluse a vita dalla società o da un luogo pubblico. Ma va anche oltre: sostiene che Wanna Marchi e Stefania Nobile facciano parte della cultura popolare italiana, esattamente come la televisione commerciale, le televendite e altri fenomeni di costume entrati nell'immaginario collettivo.
Parenzo è molto più freddo. Non mette in discussione il diritto delle due donne a entrare in Campidoglio, ma considera difficile giustificare un premio definito “alla cultura” proprio in una sede istituzionale.
«Il consigliere sapeva che saremmo state lì»
Uno dei punti principali riguarda il consigliere comunale che aveva partecipato alla richiesta di concessione della sala e che, dopo l'esplosione delle polemiche, aveva sostenuto che non avrebbe appoggiato la richiesta se avesse saputo della presenza di Marchi e Nobile.
Le due contestano apertamente questa ricostruzione.
Stefania Nobile racconta che i nomi degli invitati erano stati comunicati in anticipo e che, una volta arrivate in Campidoglio, loro due erano state normalmente accolte. Dice che il consigliere era presente, le aveva salutate e non aveva manifestato alcuna sorpresa o obiezione.
Per Nobile è quindi impossibile sostenere che la loro partecipazione fosse sconosciuta. È la ricostruzione fornita dalle due donne durante la trasmissione, sulla quale impostano buona parte della loro difesa.
Marchi e Nobile respingono anche l'idea che il loro passato giudiziario possa trasformarsi in una sorta di interdizione permanente dalla vita pubblica: essere state condannate, sostengono, non significa perdere per sempre il diritto a essere invitate, pubblicare libri o ricevere riconoscimenti privati.
I libri e il ritorno al centro dell'attenzione
Cruciani ricorda anche i due libri al centro della loro presenza pubblica: Wanna Marchi ha pubblicato “La verità è che io cucino così”, un libro di ricette, mentre Stefania Nobile ha scritto “Vendere cara la pelle”, dedicato al successo e al prezzo personale pagato nel corso della propria vita.
Le polemiche, osserva Cruciani, finiranno probabilmente anche per aumentare l'attenzione sui due volumi.
Wanna Marchi appare tutt'altro che infastidita dal ritorno sotto i riflettori. Continua anzi a rivendicare il proprio personaggio e perfino uno dei suoi slogan più famosi, che racconta di essersi tatuata. Cruciani lo considera a sua volta un pezzo di cultura popolare; Parenzo vede invece proprio in quella continua rivendicazione uno dei problemi della vicenda.
Caterina Collovati: «Il problema è la parola cultura»
Lo scontro cambia completamente tono con l'ingresso di Caterina Collovati.
Collovati chiarisce che, per lei, la questione non riguarda semplicemente la possibilità materiale di entrare in Campidoglio. Il problema è il valore simbolico di premiare in un luogo istituzionale due persone con il passato di Marchi e Nobile e associare quel riconoscimento alla parola “cultura”.
Sostiene che aver scontato una pena chiuda il conto con la giustizia, ma non necessariamente quello morale. Secondo Collovati resta il male provocato alle persone coinvolte nelle vicende del passato e pesa soprattutto il fatto che Marchi e Nobile non mostrino, a suo giudizio, un vero pentimento.
È precisamente su questo punto che esplode il confronto.
«Non chiediamo scusa a nessuno»
Marchi e Nobile rifiutano l'idea che il pentimento debba diventare una condizione obbligatoria per poter tornare a vivere pubblicamente.
Stefania Nobile ribadisce che non intende continuare a essere giudicata per sempre attraverso fatti avvenuti decenni prima. Contesta inoltre l'idea che qualcuno possa stabilire una sorta di graduatoria morale delle persone autorizzate a ricevere un premio.
Wanna Marchi ha invece un vecchio conto personale con Collovati. Ricorda un precedente confronto televisivo da Barbara d'Urso, durante il quale dice di essersi sentita trattata come “il peggiore dei criminali”. Marchi arriva a dire che, se avesse saputo della presenza di Collovati alla Zanzara, avrebbe preferito non venire.
Collovati respinge quella ricostruzione e torna sulle responsabilità del passato. Secondo lei non basta dire che sono trascorsi venticinque anni: ciò che è stato fatto resta nella memoria delle persone coinvolte.
La risposta di Marchi e Nobile è radicale: non accettano che il passato diventi una condanna sociale permanente e non intendono offrire il pentimento richiesto dai loro critici.
Cultura popolare o cortocircuito istituzionale?
È questo il vero centro del blocco.
Per Cruciani, Wanna Marchi e Stefania Nobile sono ormai personaggi della storia televisiva italiana e, nel bene e nel male, appartengono alla cultura popolare del Paese. Il loro passato giudiziario non cancella automaticamente tutto ciò che hanno rappresentato mediaticamente.
Per Parenzo e soprattutto per Collovati, invece, il problema nasce quando un riconoscimento culturale viene consegnato in una sede istituzionale senza fare i conti con quella storia e con l'assenza di una presa di distanza netta.
Marchi e Nobile non arretrano di un centimetro. Prima di andare via ribadiscono la propria linea: hanno pagato ciò che dovevano pagare e non intendono chiedere scusa per ottenere una nuova legittimazione pubblica.
Ed è proprio questo a rendere lo scontro irrisolvibile: non si discute soltanto di un premio in Campidoglio, ma di quanto a lungo il passato debba continuare a definire una persona dopo che la pena giudiziaria è stata scontata.













Commenti