The story

Marco Schiesaro, sindaco di Cadoneghe, torna a La Zanzara per difendere la propria condotta nel caso della donna marocchina che, durante il passaggio in Comune legato alla cittadinanza italiana, non sarebbe riuscita a sostenere una semplice conversazione in italiano.

Per Cruciani la questione è lineare: se una persona chiede di diventare cittadina italiana e non riesce a rispondere nemmeno a domande elementari, il percorso non può essere considerato una formalità.

Parenzo e Karima Moual, però, attaccano Schiesaro da due direzioni completamente diverse.

«Non l’ho telefonata io»

Il sindaco racconta che la donna si sarebbe presentata spontaneamente per la procedura e precisa di non averla certo cercata personalmente.

Lo dice però con una formula destinata a divorare il resto della discussione: «Non l’ho telefonata io».

Parenzo si attacca immediatamente all’errore.

Se il problema della signora è la conoscenza dell’italiano, sostiene ironicamente, allora bisognerebbe valutare anche quella del sindaco.

Arriva perfino a scherzare sul fatto che a Schiesaro andrebbe “ritirata la cittadinanza” per aver utilizzato quell’espressione.

Cruciani prova a chiudere il processo grammaticale: la frase sarà anche scorretta, ma tutti hanno perfettamente capito cosa volesse dire il sindaco. Per lui non ha nulla a che vedere con una persona che, secondo il racconto di Schiesaro, non sarebbe riuscita a rispondere a semplici domande.

Il racconto di Schiesaro

Il sindaco dice che normalmente a Cadoneghe vengono gestite numerose pratiche di cittadinanza senza particolari problemi.

Nel caso specifico, racconta di aver chiesto alla donna come stesse e da dove venisse senza ottenere risposte coerenti.

A quel punto sarebbe intervenuto il figlio, chiedendo di parlare lui al posto della madre.

È proprio questo passaggio che Schiesaro considera particolarmente significativo: una donna residente da molti anni in Italia che non parla italiano e il cui figlio pretende di sostituirsi a lei durante il colloquio.

Il sindaco aggiunge poi che, secondo quanto risultava agli archivi comunali, la donna avrebbe trascorso anche alcuni anni nuovamente in Marocco prima di rientrare in Italia.

Racconta inoltre che, con l'aiuto di un interprete, la donna gli avrebbe detto di non conoscere nei dettagli la procedura seguita perché se ne sarebbe occupato il marito.

Cruciani interpreta questa situazione come il possibile segnale di una donna rimasta ai margini della società e fortemente dipendente dalla famiglia.

Schiesaro arriva a descrivere il marito come una figura che, nella sua lettura, avrebbe deciso e gestito molte cose al posto della moglie.

Moual: «Questa è propaganda»

A quel punto entra Karima Moual.

La sua contestazione non riguarda principalmente il fatto che Schiesaro abbia interrotto il percorso.

Moual ripete più volte di considerare la conoscenza della lingua la prima porta dell’integrazione.

Ciò che contesta è tutto quello che è avvenuto dopo.

Secondo lei Schiesaro avrebbe trasformato la vicenda di una donna di 63 anni in un caso politico e mediatico utile a costruire una narrazione sull’immigrazione e sulla facilità con cui verrebbe concessa la cittadinanza.

Per Moual quella donna potrebbe provenire da un contesto rurale, avere ricevuto poca o nessuna istruzione e possedere una storia personale molto più complessa di quanto emerga da un breve colloquio in Comune.

Sono valutazioni di Moual, non elementi accertati nel confronto.

La giornalista accusa comunque il sindaco di non aver cercato di comprendere quel percorso prima di trasformarlo in un caso pubblico.

Gli emigrati italiani

Moual richiama anche la storia dell’emigrazione italiana.

Ricorda le generazioni di italiani partite per Germania, Svizzera e Stati Uniti, comprese persone con una scolarizzazione molto bassa che, pur vivendo per anni all’estero, non arrivarono necessariamente a parlare bene la lingua del Paese ospitante.

Per lei non basta quindi constatare una difficoltà linguistica per liquidare l’intera storia di una persona.

Il problema, insiste, non è pretendere che la lingua venga imparata: è utilizzare una donna in evidente difficoltà come simbolo di un problema politico molto più vasto.

«L’avete umiliata»

Il confronto diventa sempre più duro.

Moual accusa apertamente Schiesaro di aver umiliato la donna, esponendola davanti a tutta Italia e consentendo che la sua vicenda personale diventasse materiale da interviste, titoli e dibattiti politici.

Secondo lei il sindaco avrebbe potuto interrompere la procedura senza trasformare tutto in una battaglia pubblica.

Cruciani respinge l’accusa: Schiesaro non si sarebbe procurato il caso, ma avrebbe semplicemente incontrato una persona arrivata in Comune per una procedura ufficiale.

Moual insiste invece sul punto della dignità personale e accusa il sindaco di aver fatto propaganda “sulla pelle” della donna.

Schiesaro respinge l’accusa

Il sindaco non accetta questa ricostruzione.

Sostiene che seguire il ragionamento di Moual significherebbe creare una forma di discriminazione al contrario, con cittadini naturalizzati che non sarebbero in grado di comunicare autonomamente con le istituzioni senza l’aiuto costante di un traduttore.

Ribadisce inoltre che la grande maggioranza delle persone straniere che completano il percorso nel suo Comune non presenta problemi di questo tipo.

Moual continua però a distinguere i due piani: non chiede che la cittadinanza venga concessa automaticamente, ma contesta il modo in cui il caso è stato raccontato e utilizzato pubblicamente.

Alla fine nessuno arretra.

Cruciani resta dalla parte del sindaco: se non sai parlare italiano, la cittadinanza non può essere un automatismo.

Moual resta sulla questione della dignità e dell’esposizione pubblica.

Parenzo, invece, conserva soprattutto una certezza: prima di giudicare l’italiano degli altri, forse è meglio evitare di dire «non l’ho telefonata io».