The story

Augusto Bassi torna a La Zanzara e trova ancora una volta Clizia De Rossi pronta a contestarlo su quasi tutto. Il punto di partenza è la geopolitica, ma bastano pochi minuti perché il confronto si sposti su immigrazione, identità nazionale, razza, meticciato e complotti.

Cruciani lo presenta come giornalista “filo-putiniano”. Bassi comincia provocando Parenzo sul titolo di studio e scherza sull’idea di “identificarsi” come laureato, ma il terreno serio arriva subito dopo.

Dalla rimigrazione al “riapprodo”

Cruciani ricorda una vecchia proposta di Bassi: non più semplicemente “rimigrazione”, ma “riapprodo”.

Bassi la ribadisce con il suo linguaggio: parla dell’“Odissea maranza” di “Abdul-isse”, cioè del migrante che, secondo lui, prima o poi dovrebbe fare ritorno nella propria terra d’origine.

Precisa di non immaginare necessariamente un’espulsione forzata immediata, ma sostiene comunque che il destino finale dovrebbe essere quello del ritorno.

Quando Cruciani prova a sintetizzare chiedendogli se il suo mondo ideale sia fatto soltanto di bianchi, Bassi corregge: non sarebbe una questione puramente razziale ma “etnoculturale”.

Dice di amare le differenze proprio perché, nella sua visione, dovrebbero rimanere separate: gli africani in Africa, gli italiani in Italia.

Clizia reagisce immediatamente e definisce il ragionamento razzista.

«Un africano nato in Italia è italiano?»

Il confronto si concentra quindi su una domanda molto precisa: una persona di origine subsahariana nata in Italia è un italiano autentico?

Bassi distingue tra cittadinanza formale e appartenenza genealogica o etnoculturale.

Per spiegare il proprio ragionamento ricorre a un paragone che fa esplodere lo studio: un pastore tedesco nato a Bergamo, dice, non diventerebbe per questo un’altra razza.

Clizia contesta furiosamente l’accostamento tra un essere umano e un cane e ribadisce che una persona nata in Italia, cresciuta qui, che frequenta le scuole italiane e parla italiano appartiene pienamente alla società.

Bassi insiste invece sull’idea della continuità etnoculturale e arriva a sostenere che il meticciato indebolirebbe le società.

De Rossi risponde ricordando che l’Italia stessa è il prodotto di secoli di mescolanze tra popolazioni differenti e usa proprio la storia genetica e culturale del Paese per smontare l’idea di una purezza originaria.

Il dibattito diventa inevitabilmente una guerra sulle parole: italiano per documenti, italiano per cultura, italiano per genealogia.

La cupola transumanista

Sul fondo rimane il repertorio complottista già espresso da Bassi in precedenti apparizioni.

Cruciani gli ricorda la sua teoria di una “cupola transumanista” che comprenderebbe élite economiche, ambienti internazionali, Soros, Davos e quelli che Bassi definisce “pedosatanisti”.

Bassi non prende le distanze dall’impianto generale.

Più avanti arriva anche a sostenere l’esistenza di una presunta lobby omosessuale utilizzata, nella sua lettura, come uno degli strumenti per disgregare la società tradizionale e ridurre la popolazione.

Si tratta di teorie e interpretazioni sostenute da Bassi nel confronto e non supportate da elementi di verifica presentati durante la trasmissione.

Clizia reagisce accusandolo di omofobia, razzismo e ossessione identitaria.

Entra Lores da Vicenza

Nel pieno dello scontro arriva Lores da Vicenza.

Lores parte difendendo Vincenzo da Napoli, l’ascoltatore con la quinta elementare intervenuto poco prima, e lo contrappone a Clizia. Secondo lei sono persone come Vincenzo ad aver “costruito l’Italia”.

Poi il confronto prende immediatamente una piega molto più violenta.

Lores attacca Clizia per la sua identità di genere e collega il discorso anche all’Islam, sostenendo che una futura maggioranza musulmana non rispetterebbe persone come lei.

Clizia risponde con la stessa aggressività, attaccando età, aspetto e modo di parlare dell’interlocutrice.

Da quel momento il confronto perde quasi completamente il contenuto politico e diventa una successione di insulti personali.

Lores rivendica anche il proprio indipendentismo veneto e manifesta apertamente simpatia per Vladimir Putin.

Clizia, invece, interpreta gli attacchi ricevuti come il riflesso di una più generale ostilità verso le persone trans e sostiene che molte donne che attaccano le trans lo farebbero per rivalità o invidia.

Cruciani prova inutilmente a tenere insieme il confronto, che ormai è diventato una vera rissa radiofonica.

Bassi, la moglie siberiana e l’immigrazione “selettiva”

Finita la parentesi con Lores, si torna ad Augusto Bassi.

Il giornalista respinge l’accusa di avere un pregiudizio contro gli africani attraverso una provocazione: mette a confronto Paola Egonu e Charlize Theron, nata in Sudafrica, dichiarando di preferire quest’ultima.

Clizia gli fa immediatamente notare il paradosso e sposta l’attenzione sulla moglie di Bassi, originaria della Siberia.

Per De Rossi è la dimostrazione dell’incoerenza di chi predica la separazione tra popoli ma costruisce poi la propria vita privata con una persona straniera.

Bassi replica che, per lui, l’immigrazione non può essere trattata come un blocco indistinto. Dice di valutare gli individui singolarmente e sostiene che possano esistere immigrati che considera compatibili con la propria idea di società e altri che non lo sarebbero.

Clizia gli contesta proprio questo principio: chi gli avrebbe dato il diritto di stabilire quali stranieri meritano di vivere in Italia e quali no?

«Gli africani in Africa, gli italiani in Italia»

Il cuore dell’intero confronto resta così racchiuso in una frase.

Bassi sostiene di “amare le differenze” e proprio per questo di volerle mantenere territorialmente separate. Clizia considera questo ragionamento una forma di razzismo mascherata da tutela delle identità culturali.

A complicare ulteriormente tutto ci sono Putin, Gaza, le teorie sulla cupola transumanista, l’omosessualità, la moglie russa di Bassi e l’irruzione devastante di Lores da Vicenza.

Ma il concetto che rimane è quello inventato da Bassi stesso: il riapprodo di Abdul-isse.

Non espulsione, dice lui, ma ritorno alla terra d’origine.

Per Clizia cambia la parola, ma non il problema.