The story
Emanuele Ajello torna a La Zanzara presentato come militante vannacciano e coordinatore del Municipio 5 di Milano. Stavolta anche l’abbigliamento diventa immediatamente parte del dibattito: camicia nera, spilletta tricolore e una croce celtica al collo.
Gli viene chiesto se sarebbe disposto a firmare una dichiarazione di antifascismo. La risposta è immediata: no.
Da qui parte un confronto che passa in pochi minuti dai simboli politici alla rimigrazione, dall’immigrazione a Mussolini, fino al tentativo di trovare un nuovo nome per Predappio.
La croce celtica
Il primo scontro riguarda proprio la catenina di Ajello.
L’interlocutrice la associa all’estrema destra e al neonazismo e dice apertamente che preferirebbe non vederla esibita.
Ajello contesta questa lettura. Precisa che la croce celtica non fu un simbolo del Ventennio e la collega invece alla storia della destra giovanile del dopoguerra e del Movimento Sociale Italiano.
Nella sua ricostruzione rappresenterebbe soprattutto le lotte politiche degli anni Settanta e Ottanta contro terrorismo rosso, comunismo e movimenti antagonisti.
È la lettura proposta da Ajello durante il confronto, non una definizione neutrale del simbolo.
Cruciani sfrutta immediatamente la questione per tornare su uno dei suoi temi ricorrenti: se esiste l’apologia del fascismo, allora per lui dovrebbe esistere anche quella del comunismo. La sua posizione finale resta però quella già espressa più volte: abolire entrambe come reati d’opinione.
«Sostituzione etnica»
Il confronto passa quindi all’immigrazione.
Ajello sostiene che in Italia sarebbe in corso una “sostituzione etnica”, fenomeno che considera ancora più avanzato in Paesi come Francia e Belgio.
Quando gli viene chiesto se gli italiani rischino di diventare minoranza, risponde che, secondo lui, il trend sarebbe proprio quello.
Il termine e la ricostruzione appartengono alla sua visione politica e vengono contestati in studio.
Ajello porta come esempio le periferie, le scuole e la presenza di famiglie di origine straniera, comprese donne musulmane con il velo. Per lui questi elementi sarebbero il segnale di un cambiamento demografico e culturale preoccupante.
Gli viene obiettato che una madre con il velo che accompagna il figlio a scuola può essere perfettamente integrata e che nessuno può stabilire chi sia più o meno autorizzato ad appartenere al Paese soltanto sulla base dell’origine o dell’abbigliamento.
Rimigrazione
Ajello torna anche sulla rimigrazione.
La sua posizione, nel corso del confronto, viene circoscritta innanzitutto agli stranieri che delinquono e a chi si trova clandestinamente in Italia.
Viene incalzato però sulle sue dichiarazioni precedenti e sull’idea che la rimigrazione possa riguardare categorie più ampie.
Ajello insiste soprattutto sulla necessità di espellere chi commette reati e chi non ha titolo per restare nel Paese, continuando però a inserire il tema dentro una lettura più generale dell’immigrazione come trasformazione dell’identità nazionale.
Mussolini e il Ventennio
La discussione cambia ancora direzione quando viene tirato in ballo Benito Mussolini.
Ajello non si definisce semplicemente un nostalgico senza riserve. Dice di apprezzare “in parte” la politica del Ventennio, riconoscendo contemporaneamente che ci furono “grossi errori”.
Secondo lui la fase iniziale del fascismo avrebbe avuto l’obiettivo di rendere l’Italia più forte e grande.
Quando gli viene contestata la natura autoritaria del regime, Ajello prova a separare ciò che considera l’idea originaria del fascismo dalla successiva limitazione delle libertà, che definisce una “deriva” e che dice di criticare.
La ricostruzione viene ovviamente contestata: la limitazione della libertà politica non viene considerata dagli altri presenti un incidente successivo, ma una caratteristica fondamentale del regime.
Predappio deve cambiare nome?
Poi arriva Predappio.
Nel confronto riemerge l’idea di cambiare il nome della città per spezzare il legame simbolico e commerciale con Mussolini e con i pellegrinaggi dei nostalgici.
Ajello considera l’operazione assurda e antidemocratica.
Da quel momento la discussione perde definitivamente qualsiasi possibilità di restare seria.
Cruciani comincia a cercare possibili alternative.
La prima è Duceville.
Ajello boccia subito il nome perché troppo poco italiano.
Ed ecco la correzione: Mussolandia.
Poi arriva Fascioland.
Qualcuno rilancia con Naziland.
L’idea diventa addirittura quella di trasformare la città in una sorta di parco tematico, con attrazioni e un “giro della morte” degno del nome.
Da Predappio a Mussolandia
La provocazione finale sintetizza perfettamente il blocco.
Si parte da una discussione reale sull’uso contemporaneo dei simboli della destra radicale, sull’antifascismo, sulla rimigrazione e sul giudizio storico relativo al fascismo.
Si finisce a progettare Mussolandia.
Ajello rimane fermo sulle proprie posizioni: rifiuta la dichiarazione antifascista, difende la croce celtica dalla lettura che ne viene fatta in studio, parla di sostituzione etnica e considera positiva almeno una parte della politica del Ventennio.
La Zanzara, invece, arriva alla conclusione inevitabile: se davvero Predappio deve cambiare nome, tanto vale farlo fino in fondo.
Duceville, Mussolandia o Fascioland.













Comments