The story
Piero Sansonetti arriva a La Zanzara in bicicletta, con le mani sporche di grasso dopo aver rimesso a posto la catena, ma nel giro di pochi minuti la discussione smette di avere qualsiasi leggerezza.
La sua posizione è radicale:
il carcere, per come viene utilizzato oggi, dovrebbe essere in grandissima parte abolito.
Non completamente. Sansonetti manterrebbe la detenzione per una quota molto limitata di persone considerate ancora pericolose per la società.
Ed è proprio su quel confine che Cruciani comincia a tempestarlo di casi concreti.
Il caso del bengalese di Torino
Il primo confronto nasce dall'uomo bengalese accusato di molestie a Torino.
Sansonetti contesta soprattutto il modo in cui la nazionalità dell'accusato viene trasformata nel centro della vicenda e sostiene che gli abusi sessuali non siano certo una peculiarità degli stranieri.
Richiama un dato che attribuisce all'Istat sugli abusi commessi in ambito familiare e afferma che una grande quantità di violenze non emerge perché avviene dentro le case e non viene denunciata.
Cruciani gli pone però una domanda più semplice:
se uno viene individuato mentre commette molestie, perché non dovrebbe finire in carcere?
Sansonetti risponde che le due questioni sono differenti. Una riguarda la provenienza dell'autore; l'altra riguarda l'utilità della detenzione.
E su quest'ultimo punto la sua posizione rimane fortemente abolizionista. :chatgpt-content-reference{index="0"}
«Non tutti gli assassini devono stare in carcere»
Cruciani decide allora di portare il ragionamento alle conseguenze più estreme.
Mario Roggero ha ucciso due persone: deve stare in carcere?
Secondo Sansonetti non necessariamente per tutta la pena.
La sua idea è che la prigione debba funzionare prima di tutto come misura di sicurezza. Se una persona non rappresenta più un pericolo, la detenzione dovrebbe poter essere sostituita da altre forme di pena.
Da qui la frase che fa esplodere lo studio:
non tutti gli assassini devono necessariamente restare in carcere.
Sansonetti sostiene che bisognerebbe valutare perché una persona ha ucciso, quale sia la sua condizione successiva, se sia ancora pericolosa e quale percorso abbia compiuto.
Cruciani insiste: chi ha tolto una vita non dovrebbe pagare anche per la gravità intrinseca del gesto?
Per Sansonetti la risposta non può essere soltanto quantitativa, basata sul numero di anni da trascorrere dietro le sbarre.
Quattro o cinquemila detenuti realmente pericolosi
Sansonetti cita numeri che attribuisce a fonti del sistema penitenziario e sostiene che soltanto alcune migliaia di detenuti sarebbero classificabili come realmente pericolosi.
La conseguenza della sua tesi è enorme:
gran parte degli altri potrebbe essere sottoposta a misure alternative.
Cruciani comincia l'elenco.
Piccoli spacciatori?
Per Sansonetti il carcere non dovrebbe essere automatico.
Ladri?
Anche in quel caso servirebbero strumenti differenti.
Le donne rom che commettono furti nelle metropolitane?
Sansonetti risponde ancora una volta che preferirebbe misure alternative alla cella.
Cruciani individua proprio qui il problema: senza la prospettiva concreta del carcere, cosa impedirebbe a chi ruba continuamente di continuare a farlo?
Sansonetti respinge l'idea che il deterrente debba coincidere necessariamente con la detenzione. :chatgpt-content-reference{index="1"}
Riina, Provenzano e il 41 bis
Si arriva inevitabilmente ai nomi più pesanti.
Totò Riina deve stare in carcere?
Sansonetti chiarisce che persone realmente pericolose rientrano proprio nella piccola categoria per cui conserverebbe la prigione.
Contesta però il 41 bis, che considera una forma di trattamento incompatibile con la sua concezione della dignità umana.
La discussione riguarda anche gli ultimi periodi di detenzione di Riina e Provenzano.
Per Sansonetti, quando un detenuto è gravemente malato o non è più materialmente in grado di rappresentare un pericolo, lo Stato non dovrebbe utilizzare la sofferenza come una prosecuzione simbolica della pena.
Cruciani fatica ad accettare il ragionamento, soprattutto quando applicato a responsabili di stragi e delitti particolarmente efferati.
«La giustizia non è vendetta»
È qui che Sansonetti espone il principio che tiene insieme tutta la sua posizione.
«La giustizia non è vendetta».
Secondo lui una società civile non dovrebbe punire per restituire sofferenza a chi ha provocato sofferenza.
La pena non dovrebbe servire a soddisfare le vittime, né essere una forma di ritorsione.
Anche il criminale, insiste, continua a essere un essere umano e deve essere trattato come tale.
Sansonetti richiama perfino il messaggio evangelico sui carcerati, inserendoli insieme ai poveri e agli emarginati tra le persone che una società dovrebbe continuare a considerare degne di attenzione. :chatgpt-content-reference{index="2"}
Abolire anche l'ergastolo
Cruciani prova un ultimo caso.
Un uomo condannato per aver ucciso la moglie e una bambina molto piccola, dopo molti anni di detenzione, può ottenere una misura di semilibertà.
Davanti alla brutalità del caso, persino Sansonetti ammette che la situazione faccia riflettere.
Ma non arretra sul principio.
Dice di essere anche favorevole all'abolizione dell'ergastolo.
Se dopo sedici anni una persona è stata rieducata, non è più pericolosa ed è in grado di tornare nella società, sostiene, non bisogna continuare a giudicare soltanto il reato commesso sedici anni prima: bisogna valutare la persona che esiste oggi.
Cruciani esplode davanti all'esempio della bambina uccisa.
Sansonetti continua invece a richiamare la funzione rieducativa che attribuisce alla pena e contesta un sistema costruito sull'indignazione permanente. :chatgpt-content-reference{index="3"}
Gli ascoltatori contro Sansonetti
A quel punto arrivano le telefonate.
Un ascoltatore gli chiede cosa farebbe se una persona a lui vicina subisse una molestia e l'autore non venisse incarcerato.
Un altro passa direttamente alle minacce personali.
Sansonetti non cambia tono e continua a sostenere che l'abolizionismo non significhi lasciare tutti liberi senza conseguenze.
Significa, nella sua impostazione, sostituire il carcere con altre misure ogni volta che la detenzione non è necessaria per proteggere la società.
Il confronto si chiude senza alcun avvicinamento.
Per Cruciani, di fronte a omicidi, violenze e recidiva, il carcere resta una conseguenza necessaria anche come punizione.
Per Sansonetti, invece, la domanda decisiva dovrebbe essere un'altra:
questa persona è ancora pericolosa?
Se la risposta è no, la cella, secondo lui, smette di essere giustizia e diventa soltanto sofferenza imposta dallo Stato.













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