Il riepilogo
La puntata de La Zanzara del 26 ottobre 2026 riparte esattamente da dove si era chiusa la settimana precedente: proteste, caro vita, ordine pubblico e una frattura sempre più netta tra chi chiede maggiore repressione e chi considera gli scontri il sintomo di una crisi sociale più profonda. Giuseppe Cruciani continua a stare dalla parte delle forze dell’ordine e attacca chi, davanti a vetrine distrutte e scontri con la polizia, preferisce parlare di rabbia generazionale. Poi entra ChrisLoZio, autotrasportatore deciso a non considerare conclusa la protesta contro il caro gasolio. Nel finale il confronto torna sull’immigrazione con Gianmario Invernizzi, Modou Gueye e Anna da Roma.
L’arresto di Youssef e lo scontro sulla magistratura
Cruciani apre la puntata occupandosi del giovane Youssef arrestato nell’ambito delle indagini sugli scontri del 17 ottobre. Il conduttore sottolinea più volte che le accuse formulate nei suoi confronti devono naturalmente essere provate, ma contesta duramente chi, nell’area della sinistra e del movimento pro-Palestina, parla già di “prigioniero politico” o di semplice repressione delle opinioni.
Il ragionamento di Cruciani ruota intorno a quella che considera una contraddizione: una parte politica che normalmente difende il lavoro della magistratura, sostiene, non può delegittimarla soltanto quando un’inchiesta riguarda persone vicine alla propria area. Allo stesso tempo ribadisce il principio garantista: saranno le indagini a stabilire responsabilità e fatti, non la radio.
Nella stessa direzione viene attaccata la retorica della “repressione” utilizzata per descrivere la gestione delle manifestazioni. Cruciani porta l’esempio di un confronto tra alcuni manifestanti e la polizia, nel quale gli agenti chiedono tempo per riorganizzare la viabilità e una ragazza decide perfino di impostare un timer. Per lui è l’esatto contrario di uno Stato autoritario: la dimostrazione di quanto le forze dell’ordine cerchino continuamente il dialogo anche in situazioni di tensione.
Vetrine, proteste e la rabbia contro chi giustifica
Tra i bersagli degli editoriali c’è anche Tomaso Montanari, criticato per un intervento sulle vetrine chiuse dei negozi di lusso a Firenze. Cruciani respinge l’idea che vedere serrati negozi come Gucci possa rappresentare simbolicamente un futuro migliore: dietro quelle attività, ricorda, ci sono comunque lavoro, dipendenti e un’economia reale.
La trasmissione torna più volte sulla frattura tra chi considera le vetrine distrutte il vero scandalo e chi preferisce parlare dei “sogni infranti” dei giovani. Cruciani rifiuta soprattutto l’idea che chi scende in piazza possa rappresentare automaticamente un’intera generazione. I giovani, sostiene, non costituiscono un blocco unico: esistono quelli che manifestano, quelli che lavorano, quelli che fanno soldi, quelli che guardano una partita o semplicemente passano il sabato sul divano.
Il livello dello scontro sale ulteriormente quando un’ascoltatrice annuncia in un messaggio di essere pronta a tornare in piazza e distruggere nuovamente tutto. Cruciani e Parenzo discutono se simili dichiarazioni possano assumere rilevanza penale, con il primo che insiste sulla necessità di distinguere una protesta da un annuncio esplicito di vandalismo.
Preppers, golpe e nostalgia dell’uomo forte
Gli ascoltatori contribuiscono come sempre a spostare continuamente più avanti il limite della discussione. Un uomo racconta di essersi preparato, a partire dal periodo successivo al Covid, a un eventuale collasso sociale accumulando alimenti a lunga conservazione, pannelli solari, batterie e armi legalmente detenute. Cruciani liquida l’ipotesi di una guerra civile come paranoia, mentre il chiamante rivendica la propria cultura da “prepper”.
Poco dopo un altro ascoltatore arriva a evocare un “golpe bianco” e una maggiore disciplina del Paese. Un altro ancora si dichiara apertamente fascista e favorevole a un dittatore capace di ristabilire ordine, mostrandosi indeciso politicamente tra Giorgia Meloni e Roberto Vannacci.
Il confronto con Vittorio da Roma, schierato invece dalla parte delle proteste più radicali, porta la telefonata rapidamente fuori controllo. Vittorio difende la rabbia di chi manifesta e sostiene che le difficoltà economiche delle nuove generazioni giustifichino una mobilitazione molto più dura; dall’altra parte gli vengono contestate proprio la fascinazione per la violenza e la disponibilità a considerare accettabili le devastazioni.
ChrisLoZio: «Blocchiamo tutto anche al Nord»
A 44:00 entra in studio ChrisLoZio, il “furgonaro” diventato uno dei volti social della protesta degli autotrasportatori. Cruciani lo presenta come un padroncino che non vuole considerare conclusa la mobilitazione, nonostante gli accordi e le promesse arrivate dopo i blocchi dei giorni precedenti.
Chris arriva con una maglietta che riassume il programma: “Blocchiamo tutto anche al Nord”. Secondo lui la protesta è stata troppo concentrata nel Mezzogiorno e dovrebbe estendersi alle grandi arterie settentrionali, dalle tangenziali milanesi alle autostrade. L’obiettivo che indica è un prezzo del gasolio di circa 1,60 euro al litro.
Cruciani considera ormai conclusa la vertenza e invita la categoria a tornare al lavoro. Chris sostiene invece che gli interventi annunciati siano insufficienti e contesta soprattutto il meccanismo del credito d’imposta: agli autotrasportatori, dice, servono risorse immediatamente disponibili perché il carburante deve essere pagato ogni giorno.
Porta anche il proprio esempio. Racconta che un giro di lavoro che normalmente gli costava tra i 70 e gli 80 euro di gasolio gli sarebbe arrivato a costarne circa 130. Dice inoltre di avere rimandato per due mesi l’acquisto di un paio di scarpe alla figlia proprio perché costretto a scegliere dove destinare i soldi.
«La protesta non è finita»
Cruciani insiste: bloccare le merci finisce per colpire anche gli stessi autotrasportatori, perché aziende e clienti non possono lavorare. Chris replica che è proprio la vita quotidiana della categoria a essere già bloccata dai costi.
La tensione cresce quando il discorso passa ai camionisti del Nord. Chris li accusa di non avere avuto abbastanza coraggio per aderire con la stessa forza alla mobilitazione e sostiene che servirebbe una protesta molto più estesa. Vittorio da Roma, pur dichiarandosi solidale con le ragioni economiche della categoria, torna invece ai suoi abituali attacchi contro le abitudini degli autotrasportatori.
Da lì la discussione precipita in uno dei momenti più surreali della puntata, tra aree di sosta, bagni e condizioni quotidiane di chi passa molte ore sulla strada. Chris ammette persino che in situazioni di emergenza gli sia capitato di arrangiarsi all’interno del furgone, utilizzando il racconto per spiegare quanto la vita dell’autotrasportatore sia distante dall’immagine che ne hanno molti ascoltatori.
Il confronto resta però politico: per Chris la protesta deve continuare e arrivare anche al Nord; per Cruciani il blocco ha già ottenuto ciò che poteva ottenere e insistere significa soltanto danneggiare il Paese.
Invernizzi: «I maranza vanno cacciati»
Dopo la parte esclusa dallo skip, la puntata riprende con Gianmario Invernizzi, capogruppo di Futuro Nazionale al Comune di Lodi e dirigente lombardo del movimento. Il suo primo bersaglio è ancora Vittorio da Roma, che continua a difendere la rabbia di chi ha partecipato alle proteste.
Invernizzi considera invece i cosiddetti “maranza” un grave problema per il Paese. Quando Cruciani gli chiede quale sarebbe la sua soluzione, risponde che chi delinque dovrebbe essere rimpatriato. Spinge il ragionamento fino alla possibilità di revocare la cittadinanza e parla apertamente di una “invasione” straniera in Italia.
Vittorio reagisce sostenendo esattamente il contrario: trattare continuamente ragazzi di seconda generazione come corpi estranei, dice, contribuisce ad allontanarli dall’identità italiana e può alimentare ulteriore marginalità. Lo scontro diventa anche generazionale, con Vittorio che accusa la classe più anziana di avere beneficiato di condizioni economiche molto migliori rispetto a quelle affrontate oggi dai giovani.
Modou Gueye: «Un cittadino deve essere giudicato, non mandato a casa»
A 1:22:20 entra Modou Gueye, che contesta immediatamente l’impostazione di Invernizzi. Per lui la formula “mandiamoli a casa” serve soltanto a evitare il punto fondamentale: chi commette un reato deve essere giudicato secondo la legge, indipendentemente dalla propria origine.
Gueye, di origine africana e cittadino italiano, rifiuta l’idea di creare cittadini di serie A e di serie B. Se lo Stato concede una cittadinanza, sostiene, non può poi trattarla come un permesso provvisorio revocabile politicamente ogni volta che qualcuno commette un reato. Se davvero si ritiene che un cittadino naturalizzato non debba avere gli stessi diritti di uno nato italiano, provoca, allora bisognerebbe avere il coraggio di eliminare alla radice la possibilità di ottenere la cittadinanza.
Il confronto si sposta quindi sul contributo economico dell’immigrazione. Gueye propone provocatoriamente uno sciopero di un giorno di tutti i lavoratori di origine straniera, convinto che sarebbe sufficiente per mostrare quanti settori dipendano dal loro lavoro.
Parla di pulizie, imprese, mansioni pesanti e occupazioni scarsamente retribuite e contesta l’idea che ogni immigrato sottragga automaticamente un posto a un italiano. Il vero problema, secondo lui, è che molti di quei lavori vengono pagati troppo poco e svolti in condizioni che pochi accetterebbero.
Futuro Nazionale e lo scontro sulle priorità
Cruciani chiede a Gueye anche cosa pensi di chi aderisce a Futuro Nazionale. La risposta è liquidatoria. Gueye sostiene che il movimento concentri troppo la propria identità su rimigrazione e presunta invasione, mentre le priorità degli italiani sarebbero altre: educazione, sanità, lavoro e costo della vita.
Invernizzi difende naturalmente il proprio movimento e la necessità di affrontare il problema della sicurezza e dell’immigrazione. Il confronto rimane così diviso tra due interpretazioni: da una parte l’idea che l’immigrazione incontrollata e la criminalità di alcuni gruppi costituiscano un’emergenza identitaria; dall’altra quella secondo cui trasformare lo straniero nel problema principale nasconda questioni economiche e sociali molto più concrete.
Anna da Roma contro Modou Gueye
Nel finale interviene Anna da Roma, che porta lo scontro sull’immigrazione al livello più diretto possibile. Considera Gueye un ospite in Italia e sostiene che dovrebbe lasciare il Paese. Arriva anche ad accusarlo di avere sottratto un posto di lavoro a un italiano.
Gueye reagisce con durezza e respinge completamente l’idea di dover giustificare la propria presenza. Il confronto degenera rapidamente tra insulti e accuse reciproche, ma lascia in superficie la domanda che attraversa tutta l’ultima parte della puntata: un cittadino di origine straniera è italiano fino in fondo oppure la sua appartenenza può essere rimessa in discussione quando commette un errore o quando qualcuno considera la sua presenza indesiderata?
È lo stesso conflitto che domina l’intera trasmissione. Prima la protesta degli autotrasportatori, poi quella dei giovani e infine l’immigrazione: ogni blocco della puntata ruota intorno al rapporto tra responsabilità individuale e appartenenza a una categoria. Cruciani continua a diffidare delle categorie e delle giustificazioni collettive. Gli ospiti, da ChrisLoZio a Invernizzi e Gueye, dimostrano invece quanto rapidamente una protesta economica o un problema di sicurezza possa trasformarsi in una battaglia sull’identità stessa del Paese.













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