L’articolo

Francesco Leone, attivista LGBT, entra a La Zanzara con una cravatta arcobaleno e si trova immediatamente nel mezzo di una discussione sul linguaggio usato nei confronti degli omosessuali. Cruciani gli chiede quali termini ritenga offensivi: Leone distingue tra parole che personalmente riesce a tollerare e altre che gli ricordano direttamente episodi di bullismo subiti durante gli anni della scuola. Il punto, spiega, diventa particolarmente delicato quando certi termini vengono rivolti a un adolescente che magari sta ancora cercando di comprendere la propria sessualità.

Da lì si passa rapidamente a Roberto Jonghi Lavarini, il “Barone Nero”, e alle posizioni di Roberto Vannacci. Leone dice di essere preoccupato dall’idea che quell’area politica possa arrivare al governo, soprattutto quando sente parlare degli omosessuali come di persone “non normali”. Jonghi Lavarini replica che il riferimento sarebbe statistico, legato al fatto che l’omosessualità riguarda una minoranza della popolazione. Leone contesta il modo in cui quella distinzione viene utilizzata e ricorda quante persone possano ancora nascondere il proprio orientamento proprio per paura dello stigma sociale.

Famiglia, figli e unioni civili

Il confronto entra quindi nel tema della procreazione. Jonghi Lavarini sostiene che, se l’omosessualità fosse universalmente diffusa, verrebbe meno la riproduzione naturale della società. Da questo ragionamento ricava una distinzione politica: secondo lui lo Stato dovrebbe privilegiare e sostenere soprattutto le famiglie composte da uomo e donna che fanno figli.

Leone risponde che essere omosessuale non significa essere biologicamente incapace di avere figli e soprattutto rifiuta l’idea che la propria relazione debba essere considerata inferiore. Racconta infatti di essere unito civilmente al proprio compagno e insiste nel definirsi sposato. Per lui si tratta di una famiglia fondata sull’amore esattamente come qualsiasi altra.

Jonghi Lavarini riconosce la libertà della vita privata ma continua a distinguere quell’unione dalla famiglia eterosessuale che, nella sua visione, lo Stato dovrebbe proteggere in maniera particolare. Durante il confronto sostiene inoltre che le coppie omosessuali avrebbero maggiore instabilità e promiscuità, presentando la propria affermazione come fondata su dati statistici. Nel segmento, però, questi dati non vengono verificati.

Leone ribatte portando esempi di coppie omosessuali insieme da molti anni e osserva che anche i matrimoni eterosessuali finiscono frequentemente in separazioni. Quando Cruciani gli chiede se avrebbe paura di un governo composto da persone con le idee di Jonghi Lavarini, la risposta è sostanzialmente affermativa.

Il “Barone Nero” e la lobby LGBT

Lo scontro si accende ulteriormente quando Jonghi Lavarini parla di una presunta lobby LGBT particolarmente potente nel mondo dello spettacolo, dell’architettura e in altri ambienti professionali. Secondo lui alcune minoranze avrebbero grande influenza pur continuando a presentarsi come vittime.

Leone rovescia completamente il ragionamento: se davvero il mondo LGBT fosse così potente, osserva, non dovrebbe trovarsi a discutere di proposte che a suo giudizio limiterebbero la possibilità di parlare pubblicamente dei propri diritti. Per lui il rischio è esattamente opposto: che la visibilità delle persone omosessuali venga progressivamente ridotta in nome della difesa della famiglia tradizionale.

Anna da Roma: la fede e il matrimonio

Quando sembra che il confronto abbia raggiunto il massimo livello possibile, entra Anna da Roma. A farla infuriare è soprattutto un dettaglio: Leone porta al dito una fede per rappresentare la propria unione con il compagno. Anna considera questo gesto un insulto al matrimonio cristiano e sostiene che la fede debba rappresentare esclusivamente l’unione tra un uomo e una donna.

Il confronto diventa immediatamente durissimo. Anna descrive l’omosessualità attraverso una visione religiosa estremamente negativa e utilizza espressioni pesanti nei confronti delle relazioni tra uomini. Leone le chiede allora come possa definirsi cristiana mentre giudica in quei termini persone che semplicemente si amano.

Anna ribadisce che, secondo la propria interpretazione della religione, i rapporti omosessuali rappresentano un peccato e collega il matrimonio alla procreazione. È qui che pronuncia la provocazione che dà il titolo al blocco, chiedendo a Leone che cosa possa “procreare”.

La risposta di Leone è secca: “Io procreo l’amore”.

«Siamo due uomini che ci amiamo»

Leone richiama anche le parole di Papa Francesco sul non giudicare gli omosessuali e accusa Anna di trasformare la propria fede in ostilità verso gli altri. Lei respinge completamente l’accusa e continua a negare che una relazione omosessuale possa essere equiparata al matrimonio tra uomo e donna.

Cruciani prova a spostare il confronto sui comportamenti sessuali, facendo notare che alcune pratiche considerate da Anna immorali possono esistere anche nelle coppie eterosessuali. Anna mantiene comunque la distinzione e continua a leggere la relazione tra due uomini come contraria alla propria concezione religiosa.

Nel finale viene chiesto a Leone se all’interno della sua coppia esistano ruoli prestabiliti. La risposta riassume tutto il suo intervento: “Siamo due uomini che ci amiamo. Non abbiamo ruoli. L’amore non ha ruoli, non ha etichette.”

Il blocco si chiude così su tre posizioni difficilmente conciliabili: Jonghi Lavarini difende una gerarchia politica tra famiglia eterosessuale e unioni omosessuali; Anna da Roma porta quella distinzione sul terreno religioso e morale; Francesco Leone rivendica invece la propria unione come una famiglia fondata sull’amore e chiede che venga riconosciuta senza dover dimostrare di essere meno legittima delle altre.