Il riepilogo
La puntata de La Zanzara del 22 ottobre 2026 si apre con un nuovo fronte di protesta. Dopo giorni trascorsi a discutere degli scontri di Milano, Giuseppe Cruciani sposta l’attenzione sui blocchi degli autotrasportatori, soprattutto nel Sud Italia, e prende immediatamente una posizione netta: protestare contro caro vita, carburanti e difficoltà economiche è legittimo, ma impedire ai camion di circolare e alle merci di raggiungere supermercati e aziende significa, secondo lui, mettere in ginocchio persone che non hanno alcuna responsabilità.
David Parenzo condivide la contrarietà ai blocchi, ma accusa il collega di usare due pesi e due misure rispetto alle proteste sostenute in passato. Da qui parte una lunga apertura nella quale camionisti, ordine pubblico, scontri di Milano e richieste di maggiore repressione finiscono ancora una volta per intrecciarsi.
Cruciani contro i blocchi: «State sequestrando un Paese»
Cruciani si rivolge direttamente a padroncini e autotrasportatori che ascoltano la trasmissione. Il messaggio è semplice: se vogliono protestare, vadano davanti alle istituzioni, ma lascino libere le strade e soprattutto i mezzi di chi vuole continuare a lavorare. I blocchi, sostiene, danneggiano supermercati, aziende e cittadini e devono essere affrontati anche con segnalazioni e arresti quando vengono commessi reati.
Parenzo gli ricorda però le proteste durante il Covid e lo accusa di avere mostrato in passato maggiore comprensione verso chi bloccava porti e attività economiche. Cruciani respinge il parallelismo e rivendica una posizione generalmente contraria ai blocchi stradali, ammettendo soltanto di non ricordare ogni affermazione pronunciata durante quella fase.
Il bersaglio diventa anche il mondo dello spettacolo. Cruciani attacca attori e personaggi televisivi che pubblicano messaggi di solidarietà agli autotrasportatori senza, a suo giudizio, subire direttamente le conseguenze dei blocchi. Cita tra gli altri Salvatore Esposito, Fiorello e Luciana Littizzetto, contestando quella che considera una solidarietà troppo facile espressa da persone economicamente privilegiate.
Dal poliziotto De Simone al prete con il dito medio
Nel frattempo continua il racconto degli scontri dei giorni precedenti. Cruciani mostra una maglietta dedicata al funzionario di polizia Angelo De Simone, ferito durante le manifestazioni di Milano, e annuncia di volerla consegnare personalmente. Per lui De Simone è diventato il simbolo delle forze dell’ordine colpite mentre cercano di contenere le devastazioni.
Un altro personaggio viene elevato momentaneamente a nuovo “idolo” della trasmissione: un sacerdote che, dopo essere stato insultato da alcuni manifestanti davanti a una chiesa, avrebbe risposto mostrando il dito medio. Cruciani, pur dichiarandosi ateo e lontano dal mondo ecclesiastico, considera la reazione comprensibile davanti agli insulti ricevuti.
Il filo conduttore resta comunque quello della repressione. Cruciani sostiene che nuove leggi e pene più severe non possano eliminare la delinquenza, ma possano avere almeno una funzione deterrente. Quello che rifiuta è soprattutto il continuo ricorso alle spiegazioni sociologiche per giustificare chi distrugge vetrine, fermate dell’autobus o negozi.
«Problemi in famiglia? Non vai a sfasciare una vetrina»
Nel mirino finisce anche chi prova a collegare le violenze di Milano al disagio familiare o sociale dei ragazzi coinvolti. Cruciani cita Enzo Iacchetti e respinge l’idea che una situazione familiare difficile possa spiegare fino in fondo il saccheggio di un negozio.
Per il conduttore il principio è elementare: una persona può essere povera, arrabbiata o insoddisfatta del governo, ma non per questo acquisisce il diritto di rubare, distruggere o lanciare pietre contro la polizia. Parenzo introduce qualche distinzione in più, ma concorda sul fatto che il disagio non possa trasformarsi automaticamente in una giustificazione.
Il dibattito tocca anche l’ipotesi di far pagare alle famiglie i danni provocati dai figli minorenni. Cruciani riconosce che applicare concretamente una misura del genere potrebbe essere complicato, soprattutto nelle famiglie prive di mezzi economici, ma insiste sul principio che il commerciante non possa essere sempre l’unico a sostenere il costo finale delle devastazioni.
La Feltrinelli devastata e il “dito anziché la luna”
Un altro episodio che manda Cruciani su tutte le furie riguarda una libreria Feltrinelli di Torino danneggiata durante gli scontri. Il conduttore legge le dichiarazioni di un responsabile della comunicazione dell’azienda che avrebbe invitato a non enfatizzare l’accaduto, spiegando che i ragazzi sarebbero entrati nel negozio mentre cercavano di sfuggire alla polizia.
Per Cruciani è l’ennesimo esempio di un atteggiamento che considera incomprensibile: se un gruppo distrugge scaffali e arredi, non si può liquidare tutto come un dettaglio marginale rispetto alle cause generali della protesta. Parenzo osserva che sarebbe difficile immaginare una reazione altrettanto comprensiva se qualcuno entrasse nella sede di Radio 24 e iniziasse a distruggere lo studio.
Il tema diventa quindi ancora una volta quello del confine tra comprensione e giustificazione: per Cruciani guardare continuamente alla “luna” delle cause sociali rischia di rendere invisibile il “dito” rappresentato dal reato concreto.
Lino Polimeni, il giornalista diventato “capopopolo”
A 37:40 entra nella puntata Lino Polimeni, giornalista calabrese che Cruciani accusa immediatamente di essersi trasformato in uno dei portavoce della protesta degli autotrasportatori. Polimeni rivendica invece il proprio sostegno a camionisti, agricoltori, pescatori e lavoratori del Sud, sostenendo che il potere d’acquisto sia crollato e che molte categorie non riescano più a sostenere i costi.
Lo scontro diventa rapidamente personale. Cruciani lo accusa di contribuire al blocco del Paese e contesta espressioni come “rivolta sociale” e “guerra civile”, considerate irresponsabili. Polimeni replica di conoscere il territorio e di rappresentare persone reali, non una protesta costruita a tavolino. Porta l’esempio dei prezzi dei prodotti alimentari e denuncia la distanza tra quello che viene riconosciuto a chi produce e quello che il consumatore paga sugli scaffali.
Parenzo entra nel confronto ricordando che anche altri movimenti, in passato, hanno bloccato strade e attività, mentre Cruciani insiste sulla propria contrarietà a qualunque protesta che impedisca ad altri di lavorare. Polimeni rivendica invece la necessità di alzare il livello della mobilitazione per costringere politica e istituzioni ad ascoltare le categorie coinvolte.
Protestare senza bloccare: il punto che divide la puntata
Fino al momento in cui l’intervento viene interrotto, il confronto resta bloccato su una questione molto concreta. Polimeni sostiene che senza una mobilitazione capace di creare pressione reale le richieste degli autotrasportatori rimarranno ignorate; Cruciani ritiene invece che il diritto alla protesta finisca nel momento in cui viene impedita la libertà di movimento e di lavoro degli altri.
È lo stesso conflitto che attraversa gran parte degli editoriali: capire le ragioni economiche della rabbia oppure partire innanzitutto dalle regole che non possono essere violate. Dopo Milano, la protesta cambia protagonisti e territorio, ma la domanda della Zanzara resta identica: quanto può spingersi oltre una categoria per costringere lo Stato ad ascoltarla?













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