Il riepilogo

La puntata del 14 ottobre 2026 riparte da uno dei tormentoni del giorno precedente: il sindaco Marco Schiesaro e il suo ormai celebre “non l’ho telefonata io”. Cruciani torna sul caso della donna marocchina che non parlava italiano durante il passaggio legato alla cittadinanza e attacca le critiche ricevute dal sindaco, mentre Parenzo continua a divertirsi sull’errore grammaticale.

L’apertura cambia rapidamente argomento. Cruciani esulta per una condanna in primo grado inflitta a un antagonista coinvolto negli scontri di Bologna e torna sulla cosiddetta “banda delle minicar”, composta da minorenni accusati di episodi molto gravi. Per lui l’età non dovrebbe attenuare automaticamente la responsabilità di fronte a fatti di particolare violenza.

Poi arriva una notizia attribuita a Mike Tyson, che avrebbe raccontato di aver superato problemi con alcol e cocaina anche attraverso l’esperienza con una sostanza psichedelica ricavata dalle secrezioni di un rospo. Cruciani la trasforma immediatamente nel nuovo slogan della giornata: “il rospo batte la cocaina”. La trasmissione non verifica né raccomanda naturalmente il metodo, che viene trattato soprattutto come spunto provocatorio.

Tra scambismo, Montanari e legge Cruciani-Giordano

Si torna anche sul club scambista aperto nei pressi di una chiesa nel Padovano e su alcune dichiarazioni di Facchinetti. Cruciani scherza sulla possibilità che frequentatori della parrocchia e del locale possano perfino coincidere e rilancia ancora una volta lo scambismo come argomento preferibile all’ennesima discussione sulla Palestina.

La legge Cruciani-Giordano continua intanto a evolversi. Cruciani ribadisce la propria idea di una tutela molto più ampia per chi reagisce contro un ladro o un rapinatore, insistendo sul fatto che la vittima non dovrebbe essere costretta, nel momento dell’aggressione, a calcolare con precisione giuridica la proporzione della propria reazione.

Nel mirino finisce anche Tomaso Montanari. Cruciani manda in onda alcuni suoi interventi sulla crisi dello Stato sociale, sulla destra, sul conflitto sociale e sul rischio di una progressiva erosione della democrazia, liquidandoli come ragionamenti inutilmente apocalittici. La discussione su Gaza degenera invece con una telefonata che arriva a proporre paragoni offensivi con la Shoah, immediatamente contestati in studio.

Matteo Hallissey contro i tassisti

A 42:40 entra Matteo Hallissey, da tempo protagonista della battaglia per una maggiore liberalizzazione del settore taxi.

Di fronte a lui ci sono tre tassisti pronti a contestarlo.

Il primo terreno di scontro sono le dichiarazioni dei redditi. Hallissey cita dati economici che, nella sua lettura, mostrerebbero redditi medi incompatibili con il reale volume d’affari della categoria. Da qui la sua accusa: una parte significativa dei tassisti non dichiarerebbe tutto ciò che guadagna.

I tassisti respingono la generalizzazione e contestano anche l’interpretazione dei numeri. Ricordano i costi di carburante, automobile, manutenzione, assicurazione, radiotaxi e gestione dell’attività, sostenendo che confondere incassi, reddito lordo e ciò che resta effettivamente in tasca porti a conclusioni sbagliate.

La tensione cresce quando Hallissey sostiene che non abbia senso concedere ulteriori agevolazioni sul carburante a una categoria che, secondo lui, gode già di importanti protezioni. Porta anche l’esempio della sede di una grande cooperativa romana, dotata di una struttura di valore elevato, come simbolo di un settore che a suo giudizio non può contemporaneamente presentarsi come economicamente fragile.

I tassisti replicano accusandolo di propaganda e ricordano a loro volta i rapporti politici ed economici tra ambienti liberali europei e Uber.

Licenze, Uber e taxi che non si trovano

Lo scontro vero, però, riguarda le licenze.

Hallissey sostiene che nelle grandi città italiane il numero dei taxi sia insufficiente e cita centinaia di migliaia di richieste che rimarrebbero senza risposta. Per lui il sistema delle licenze protegge chi è già dentro il mercato e rende artificialmente difficile l’ingresso di nuovi lavoratori.

La soluzione proposta è una liberalizzazione più ampia, pur mantenendo esami e requisiti professionali.

I tassisti ricordano invece che molti hanno acquistato la propria licenza indebitandosi per anni e la considerano una parte fondamentale del proprio patrimonio e della futura pensione. Aprire improvvisamente il mercato, sostengono, significherebbe distruggere il valore di un investimento pagato spesso con mutui ventennali.

Hallissey insiste: il diritto di chi ha comprato una licenza non può trasformarsi nel diritto permanente di impedire ad altri di entrare nel settore.

Il confronto finisce nel caos, tra telefonate di tassisti furiosi e ascoltatori che accusano la categoria di evasione, guadagni non dichiarati e pressione politica.

Padre Davide Fabbri con l’ordine di carcerazione

A 1:06:55 arriva Padre Davide Fabbri, che si presenta materialmente con un ordine di esecuzione per la carcerazione.

La vicenda riguarda il danneggiamento di un murale a Rimini che raffigurava un uomo barbuto nell’atto di allattare un neonato. Fabbri racconta di essere stato condannato e di rischiare sei mesi di detenzione, salvo la possibilità di ottenere una misura alternativa.

Lui continua a rivendicare il proprio gesto e interpreta quell’immagine attraverso la sua personale visione religiosa e complottista. Parla di poteri occulti, satanismo e Moloch, trasformando il murale in quello che considera il simbolo di una società moralmente degenerata.

Si presenta ancora come diacono, esorcista e “cacciatore di demoni” e rivendica anche la propria ammirazione per Benito Mussolini, al quale attribuisce una serie di realizzazioni sociali e politiche.

Il suo intervento viene raccontato fino a questo punto: il successivo confronto previsto tra 1:13:40 e 1:18:50 è escluso da questa versione della puntata.

King Lucertola vuole “redistribuire” il Sole 24 Ore

A 1:18:50 entra infine King Lucertola, già comparso davanti alla sede del Sole 24 Ore.

Il suo programma politico è immediato: secondo lui edifici come quello del gruppo editoriale sarebbero enormemente sottoutilizzati e dovrebbero essere “redistribuiti” a chi non ha una casa, trasformandoli anche in spazi per dormire, organizzare concerti e svolgere attività collettive.

Cruciani gli fa notare che nel palazzo lavorano centinaia di persone e che non si tratta di uno stabile abbandonato. King replica proponendo di utilizzarlo quando gli impiegati tornano a casa e si definisce apertamente stalinista.

La parte più delicata riguarda però la sua condizione personale. King racconta di aver assunto poco prima cocaina e crack e parla apertamente di un rapporto frequente con diverse sostanze. Dice di frequentare anche la zona di Rogoredo e di aver avuto esperienze di precarietà abitativa e lavorativa.

Cruciani e Parenzo provano più volte a riportarlo sulla necessità di curarsi e trovare una maggiore stabilità. King sostiene di non considerarsi dipendente nel senso classico, racconta lavori stagionali e un passato da educatore, ma descrive contemporaneamente una quotidianità nella quale droga, mancanza di casa e difficoltà di inserimento lavorativo finiscono per alimentarsi a vicenda.

Il finale resta sospeso tra provocazione politica e disagio reale: King vuole occupare i palazzi dei “ricchi”, il Sole 24 Ore rimane dove sta e Cruciani gli ricorda che, prima della rivoluzione, forse servirebbero una casa, un lavoro e un percorso di recupero.