Il riepilogo

La puntata de La Zanzara del 23 ottobre 2026 chiude una settimana segnata quasi interamente dagli scontri di Milano, dalle proteste contro il caro vita e dallo scontro politico sulla risposta dello Stato. Giuseppe Cruciani continua a difendere una linea durissima: chi distrugge vetrine, saccheggia negozi o aggredisce le forze dell’ordine non va “compreso” attraverso analisi sociologiche, ma fermato e punito. David Parenzo condivide la condanna delle violenze, ma continua a contestare alcune delle soluzioni più estreme evocate dal collega.

La seconda parte della trasmissione concentra invece nello stesso studio tre visioni radicalmente differenti. Bance Adama considera le devastazioni una conseguenza di una rabbia sociale ignorata troppo a lungo; Asia Gianese chiede carcere per gli italiani che commettono reati ed espulsione o “rimigrazione” per gli stranieri; Amin Falil sposta il significato stesso della parola violenza su stipendi bassi, precarietà, sanità e affitti. A chiudere arrivano Gio Urso e Igor Stojanovic, con un nuovo scontro su “maranza”, integrazione e sicurezza.

Cruciani: repressione contro chi distrugge

Negli editoriali Cruciani torna immediatamente sulla conclusione delle proteste degli autotrasportatori. Dopo le parole incendiarie ascoltate nei giorni precedenti, osserva che è bastato un accordo e qualche promessa economica per ridimensionare i blocchi. Per lui è la dimostrazione che la “rivolta popolare” annunciata da alcuni protagonisti non fosse affatto una rivoluzione, ma una vertenza che deve tornare dentro i normali binari della trattativa.

Lo stesso principio viene applicato agli scontri di Milano. Cruciani continua a chiedere una solidarietà esplicita nei confronti dei poliziotti feriti e attacca chi, davanti alle devastazioni, preferisce parlare innanzitutto delle ragioni sociali della protesta. Nel mirino finiscono anche giovani attivisti che distinguono tra violenza di piazza e altre forme di “violenza” economica o istituzionale.

Il conduttore esalta inoltre il comportamento del comandante dei carabinieri Santovito, ripreso mentre in borghese reagisce verbalmente ai manifestanti. Per Cruciani rappresenta uno Stato che non arretra. Nella stessa direzione vengono accolte con entusiasmo le parole di Vincenzo De Luca, citato per la richiesta di una risposta dura e immediata contro chi devasta e per l’idea che una manganellata possa avere anche un effetto deterrente.

Il tema è sempre lo stesso: repressione. Una parola che Cruciani rivendica apertamente, sostenendo che non debba essere considerata scandalosa quando ci si trova davanti a reati, aggressioni e saccheggi.

Bance Adama: «Protestare pacificamente non funziona»

A 41:29 entra Bance Adama, originario del Burkina Faso e cresciuto in Italia. Cruciani ricorda il passato problematico raccontato dallo stesso ospite nelle precedenti apparizioni e la sua attuale attività musicale. Il confronto si sposta quasi subito sugli scontri di Milano.

Adama sostiene che i ragazzi abbiano fatto bene a “farsi sentire”. Non nega che rompere vetrine, rubare o lanciare oggetti costituisca violenza, ma interpreta quei comportamenti come una conseguenza della situazione economica e politica. La sua frase più netta è che “protestare pacificamente non funziona”: senza quelle devastazioni, sostiene, della protesta non si sarebbe parlato con la stessa intensità.

Cruciani gli contesta la contraddizione di un uomo che ha conosciuto personalmente l’illegalità e che ora sembra giustificare altri comportamenti criminali. Adama continua invece a minimizzare la portata dell’allarme, parlando di ragazzi molto giovani davanti ai quali, a suo giudizio, le forze dell’ordine starebbero dimostrando debolezza.

Lo scontro diventa ancora più duro quando gli viene chiesto di esprimere solidarietà al funzionario di polizia Angelo De Simone, ferito durante le proteste. Adama rifiuta di farlo nei termini richiesti da Cruciani: ricorda che anche alcuni manifestanti si sarebbero fatti male e sostiene di non sentirsi personalmente protetto dalla polizia.

Asia Gianese: carcere o rimigrazione

A 45:05 arriva Asia Gianese, creator e volto già noto alla trasmissione. Il contrasto con Adama è immediato. Gianese rivendica il proprio lavoro online, sottolinea di mantenersi autonomamente e pone una distinzione molto semplice: lei può piacere o non piacere, ma non va in giro a distruggere proprietà altrui.

Quando Cruciani le chiede quale dovrebbe essere la risposta per chi ha devastato Milano, la sua posizione è drastica. Se si tratta di cittadini italiani, devono andare in carcere; se sono stranieri e commettono reati, per lei devono essere rimandati nel Paese d’origine. Utilizza apertamente il termine “rimigrazione” e sostiene che rispettare le regole del Paese nel quale si vive sia il requisito minimo dell’integrazione.

Adama le contesta di associare la protesta agli stranieri e continua a ricondurre le devastazioni alla rabbia sociale. Gianese replica che il risultato ottenuto è stato opposto: dopo le vetrine rotte, il dibattito pubblico non parla più del caro vita o delle rivendicazioni iniziali, ma soltanto delle violenze.

Il confronto diventa quindi uno scontro su due idee di integrazione. Adama sostiene che lo Stato abbia prodotto una parte della rabbia che esplode nelle strade; Gianese risponde che difficoltà economiche e frustrazione non autorizzano nessuno a distruggere e che chi vive in Italia deve attenersi alle stesse regole imposte agli italiani.

Caro vita, vetrine e responsabilità

Dopo il primo blocco, gli editoriali continuano a ruotare attorno a responsabilità individuale e costo delle devastazioni. Cruciani insiste sull’idea che famiglie e responsabili debbano risarcire i commercianti quando vengono identificati minorenni che provocano danni.

Torna anche il confronto sulla “violenza economica”. Nel corso della trasmissione vengono rilanciate dichiarazioni secondo cui vetrine e proprietà avrebbero un peso inferiore rispetto alla dignità di chi non arriva a fine mese. Cruciani respinge completamente questa gerarchia: una vetrina, sostiene, è il risultato del lavoro di qualcuno e il diritto a manifestare non comprende quello di distruggerla.

La discussione si radicalizza ulteriormente con telefonate di ascoltatori che invocano rivolte violente, interventi dell’esercito e reazioni armate dei commercianti. Cruciani alimenta il dibattito sulla legittima difesa ma continua a distinguere, almeno formalmente, tra difendersi da un assalto e trasformare la città in un terreno di scontro permanente.

Amin Falil e la «vera violenza»

A 1:12:41 entra in collegamento da Dubai Amin Falil, che si presenta ancora una volta come il “re dei maranza”. La sua posizione è differente da quella di Adama soprattutto nel linguaggio utilizzato. Falil riconosce che vetrine spaccate e bottiglie lanciate contro gli agenti siano violenza, ma sostiene che il dibattito ignori una violenza più profonda e quotidiana.

Elenca stage pagati poche centinaia di euro, false partite IVA, contratti che scadono ogni pochi mesi, salari incapaci di coprire le spese, affitti che assorbono metà dello stipendio, attese nella sanità pubblica e difficoltà per i giovani ad acquistare una casa. Per Falil, anche tutto questo è violenza.

Cruciani non accetta l’equiparazione. Spaccare una vetrina o assaltare un negozio, replica, è una violenza concreta e non può essere relativizzata facendo seguire un elenco di problemi sociali. Falil insiste invece sul fatto che il pugno duro arrivi rapidamente contro i ragazzi mentre, secondo lui, non esisterebbe la stessa urgenza politica quando si parla di precarietà e impoverimento.

La sua presenza a Dubai diventa a sua volta argomento di scontro. Alla domanda sul perché abbia lasciato l’Italia, Falil risponde che nel Paese non sarebbe più possibile “sognare” e costruire un futuro.

Gio Urso: Porsche fucsia e «andate a fare fatturato»

Ad ascoltare Falil in studio c’è Gio Urso, che a 1:17:20 entra nel dibattito da una prospettiva quasi opposta. Urso rivendica di non essere affatto colpito dal caro vita e racconta di essersi appena comprato una Porsche 911 fucsia da circa 170 mila euro.

Il personaggio costruisce deliberatamente la propria posizione attorno al successo economico. A chi protesta per la mancanza di prospettive risponde con il suo consueto linguaggio: invece di manifestare, bisogna “fare fatturato”. Chi saccheggia negozi, sostiene, deve ricevere pene severe.

Sul tema dell’immigrazione Urso va oltre Gianese. Parla di rimigrazione e contesta perfino l’idea che la nascita in Italia sia sufficiente, sul piano identitario, a rendere pienamente italiano un ragazzo di origine marocchina. Il confronto con Falil degenera rapidamente in insulti reciproci e generalizzazioni, con Cruciani che prova a riportare la discussione sui reati concretamente commessi.

Urso racconta anche di aver vietato l’ingresso ai “maranza” nei propri locali, presentando il provvedimento come una risposta privata a un fenomeno che considera incompatibile con il tipo di clientela e sicurezza che vuole garantire.

Igor Stojanovic: «La rabbia va incanalata»

A 1:22:50 interviene Igor Stojanovic, che rompe il fronte apparentemente compatto contro i manifestanti senza però giustificare le devastazioni. Esprime innanzitutto solidarietà alle forze dell’ordine e sostiene che i ragazzi abbiano sbagliato a colpire negozi e lanciare oggetti. Ma aggiunge che quella rabbia esiste e deve essere incanalata in forme diverse.

Stojanovic sposta l’attenzione sul futuro dei giovani. Dice di interessarsi meno al vetro di una multinazionale che alla condizione dei ragazzi che sentono di non avere prospettive e sostiene che l’ennesimo decreto sicurezza non possa risolvere una questione sociale.

Il confronto con Gio Urso diventa anche culturale. Stojanovic sostiene che modelli fondati esclusivamente su denaro, auto costose, abiti firmati e status symbol alimentino proprio la frustrazione di chi si sente escluso. Racconta di aver trascorso gli ultimi anni a lavorare con ragazzi difficili, cercando di formarli e inserirli professionalmente, e rifiuta l’idea di descrivere un’intera generazione attraverso l’etichetta “maranza”.

Per lui parlare soltanto di esercito, rimigrazione e repressione rischia di disumanizzare ragazzi molto giovani senza affrontare ciò che li porta a sentirsi fuori dalla società. Cruciani e Urso ribattono che nessuna prospettiva mancata può diventare un alibi per il furto o la devastazione.

Una settimana chiusa senza una sintesi possibile

La puntata del 23 ottobre chiude così una settimana nella quale La Zanzara ha discusso quasi ossessivamente lo stesso conflitto da ogni prospettiva possibile. Da una parte chi considera ordine, responsabilità personale e repressione dei reati il punto di partenza non negoziabile; dall’altra chi vede nelle violenze una manifestazione distorta di problemi economici e sociali che non possono essere ignorati.

Bance Adama e Amin Falil insistono sulla rabbia e sulle condizioni materiali; Asia Gianese e Gio Urso chiedono pene, rimigrazione e rispetto rigido delle regole; Igor Stojanovic prova a tenere insieme condanna dei reati e necessità di offrire un futuro ai ragazzi.

Cruciani continua invece a rifiutare la premessa che attraversa quasi tutti questi interventi: per capire perché una vetrina viene distrutta, sostiene, non bisogna cominciare dalla società. Bisogna cominciare da chi ha deciso di distruggerla.