L’articolo
Eyal Mizrahi e Saif Eddine Abouabid arrivano allo scontro frontale su Israele, Palestina e 7 ottobre.
Mizrahi viene presentato come presidente della Federazione Amici di Israele ed ex carrista dell’esercito israeliano. Saif entra invece con la bandiera palestinese e la mette subito al centro del confronto.
Da quel momento la discussione non rallenta più.
La bandiera palestinese e il 7 ottobre
Cruciani chiede a Mizrahi se consideri la bandiera palestinese una bandiera assimilabile al nazismo.
Mizrahi precisa di non aver detto questo in senso assoluto, ma sostiene che il 7 ottobre abbia “sporcato” quel simbolo con il sangue delle vittime civili.
Saif reagisce ribaltando completamente l’accusa.
Per lui è Israele ad avere le mani sporche per quanto fatto ai palestinesi e sostiene che la politica israeliana abbia per decenni negato autodeterminazione, libertà e possibilità di costruire uno Stato.
Il confronto arriva così alla frase che dà il titolo al video.
Di fronte all’accusa di aver perso sostegno internazionale, Mizrahi risponde con una formula secca:
«Meglio essere odiati che morti».
Per lui la priorità è difendere la vita e le famiglie israeliane, indipendentemente dal giudizio del resto del mondo.
Saif: «Il 7 ottobre è resistenza»
Cruciani porta Saif sul punto più controverso.
Il 7 ottobre è stato un atto di resistenza?
Saif risponde di sì.
La sua posizione, però, contiene una distinzione: definisce il 7 ottobre un atto di resistenza inserito in una storia precedente di conflitto e oppressione, ma aggiunge che colpire civili innocenti è una barbarie.
Secondo Saif, il 7 ottobre non può essere separato da ciò che è accaduto prima ai palestinesi.
Mizrahi respinge totalmente questa lettura e descrive l’attacco come un massacro di civili, donne, anziani e bambini.
Da quel momento i due non discutono più soltanto della legittimità della resistenza, ma dell’intera storia del conflitto.
Netanyahu sapeva?
Saif rilancia anche una tesi ancora più pesante.
Sostiene che il governo israeliano fosse stato avvertito del rischio di un attacco e arriva a ipotizzare che Netanyahu abbia lasciato che il 7 ottobre accadesse per poter poi giustificare l’offensiva su Gaza.
Parenzo definisce questa ricostruzione assurda e contesta l’interpretazione delle inchieste citate da Saif.
Saif insiste, sostenendo che interviste, verbali e ricostruzioni emerse successivamente dimostrerebbero almeno che esistevano informazioni preventive.
Nel confronto, però, la tesi di una deliberata scelta del governo israeliano resta una ricostruzione sostenuta da Saif e contestata dagli altri interlocutori, non un fatto accertato nel materiale della puntata.
«Occupanti» contro «diritto alla difesa»
Lo scontro si sposta quindi sulla nascita e sulla legittimità dello Stato di Israele.
Saif accusa Mizrahi e Israele di essere occupanti e colonizzatori, sostenendo che i palestinesi abbiano subito per decenni la sottrazione della propria terra e dei propri diritti.
Mizrahi replica richiamando la dimensione dello Stato israeliano, la presenza dei Paesi arabi circostanti e la storia dei tentativi di costruzione di uno Stato palestinese.
Quando gli viene chiesto se la Palestina esista, Mizrahi sostiene che uno Stato palestinese debba essere costruito attraverso un percorso politico e che i palestinesi debbano “guadagnarsi” quel diritto.
Saif contesta duramente proprio questa impostazione: per lui l’autodeterminazione palestinese non è qualcosa che debba essere concesso da Israele.
Genocidio, Gaza e responsabilità
La discussione arriva inevitabilmente alla parola genocidio.
Saif accusa Israele di stare replicando sui palestinesi una violenza storica subita dagli ebrei.
Mizrahi respinge completamente questa definizione e sostiene che Israele stia reagendo a un attacco subito il 7 ottobre.
Mizrahi usa parole durissime sulla risposta militare israeliana e sostiene che, dopo l’uccisione e il rapimento di civili israeliani, qualunque altro Stato avrebbe reagito in modo altrettanto o ancora più pesante.
Saif replica che proprio questa logica dimostrerebbe l’impossibilità di arrivare alla pace finché Israele continuerà a considerare la forza militare come soluzione principale.
Il coro su Hamas e Hezbollah
Cruciani porta poi Saif sul coro ascoltato nei giorni precedenti a sostegno di Hamas, Hezbollah e Nasrallah.
Saif dice di non condividere quei cori e ribadisce di non giustificare la violenza.
Continua però a sostenere che Hamas sia una delle espressioni della resistenza palestinese e si domanda perché una parte dell’opinione pubblica sia arrivata a simpatizzare con quelle organizzazioni.
Mizrahi, dall’altra parte, rivendica ancora una volta la necessità di una risposta militare al 7 ottobre.
La distanza tra i due resta totale.
Per Eyal Mizrahi, Israele può anche perdere consenso internazionale, ma la sicurezza viene prima di tutto: «meglio odiati che morti».
Per Saif Eddine Abouabid, invece, quella stessa strategia militare non produce sicurezza ma alimenta ulteriore resistenza, isolamento e ostilità verso Israele.
Due letture opposte dello stesso conflitto, senza praticamente un solo punto di incontro.













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