L’articolo
Un depliant con donne nude, vongole, pesce e molluschi basta per trasformare una fiera internazionale in un caso da La Zanzara.
L’azienda romagnola La Selvaggia, di Santarcangelo di Romagna, racconta di essere stata allontanata nell’ultima giornata di una fiera in Spagna dopo le contestazioni nate intorno al materiale esposto nel proprio stand: fotografie di modelle nude o seminude affiancate ai prodotti ittici dell’azienda.
Per Giuseppe Cruciani è la prova che il politicamente corretto non è affatto scomparso.
In studio arrivano Giulia Barbato, fotografa coinvolta nel progetto, e Lorenzo Berardi, amministratore delegato dell’azienda.
Modelle professioniste e una campagna contestata
Berardi riconosce che il materiale abbia urtato la sensibilità di qualcuno e dice di aver accettato la scelta degli organizzatori della fiera, così come l’azienda rivendica la propria libertà di proporre quella comunicazione.
Uno dei punti sui quali insistono entrambi è quello delle modelle.
Non si tratterebbe di persone coinvolte casualmente o inconsapevolmente: Barbato e Berardi spiegano che sono professioniste pagate, candidate volontariamente agli shooting e consapevoli del tipo di progetto al quale stavano partecipando.
Dopo l’esplosione mediatica, alcune immagini sono state rimosse o limitate online. Secondo Berardi non per prendere le distanze dal progetto, ma per proteggere le ragazze da un’esposizione molto più ampia rispetto a quella inizialmente prevista.
«Non stiamo vendendo le donne»
La critica principale è immediata: mettere il corpo nudo di una donna accanto a vongole e prodotti ittici significa usarlo come strumento per vendere.
Barbato respinge questa lettura.
Per lei ridurre quelle immagini a semplice mercificazione significa ignorare proprio la libertà delle donne ritratte, che hanno scelto consapevolmente di posare.
Berardi spiega inoltre che “La Selvaggia” non sarebbe soltanto il nome dell’azienda, ma anche il concetto attorno al quale è stato costruito il progetto: una figura femminile libera, non conformista e non subordinata allo sguardo altrui.
Dall’altra parte viene contestato proprio questo punto: se nel depliant compaiono contemporaneamente fotografie, prodotti, nome e contatti dell’azienda, è difficile sostenere che la componente commerciale sia completamente estranea.
Cruciani, pur difendendo il diritto di realizzare quelle immagini, fa la stessa osservazione: si può chiamare branding o progetto artistico, ma inevitabilmente serve anche a far conoscere l’azienda e i suoi molluschi.
Pubblicità o progetto artistico?
È qui che nasce il cortocircuito centrale.
Barbato e Berardi insistono sul fatto che non si tratti di una semplice pubblicità costruita secondo il vecchio schema “donna nuda uguale prodotto”.
La definiscono invece un progetto artistico legato al branding.
La critica opposta è che, qualunque nome gli si dia, l’effetto visivo resti quello di corpi femminili accostati a prodotti destinati alla vendita.
Cruciani difende però una distinzione fondamentale: giudicare una campagna volgare, brutta o inopportuna è perfettamente legittimo; impedire a un’azienda di mostrarla è un’altra cosa.
Per lui il fatto che La Selvaggia sia stata allontanata dalla fiera per immagini realizzate con modelle adulte e consenzienti rappresenta una forma eccessiva di censura morale.
Più di dieci modelle
Barbato racconta che il progetto ha coinvolto più di dieci professioniste, tutte candidate volontariamente agli shooting.
Rivendica anche il proprio ruolo di fotografa e la possibilità di rappresentare un corpo femminile nudo senza trasformarlo automaticamente in un oggetto.
La discussione continua però a girare attorno alla stessa domanda: una donna può essere contemporaneamente libera di spogliarsi e utilizzata all’interno di una strategia commerciale?
Per Barbato le due cose non si escludono affatto.
La libertà, sostiene implicitamente il progetto, comprende anche quella di posare nuda senza dover essere automaticamente descritta come vittima di qualcuno.
La shitstorm e l’hype
L’effetto della polemica, comunque, è stato enorme.
Prima del caso, osserva Cruciani, ben poche persone conoscevano La Selvaggia. Dopo l’espulsione dalla fiera e la conseguente shitstorm, l’azienda si ritrova improvvisamente al centro della discussione nazionale.
Dall’altra parte arriva quindi l’accusa: forse proprio quell’attenzione era uno degli obiettivi della campagna.
Barbato e Berardi negano di aver bisogno dei corpi femminili per vendere il proprio prodotto e continuano a rivendicare la natura artistica del progetto.
Prossimo passo: uomini nudi
La risposta alla polemica, però, è già in preparazione.
Viene annunciata l’intenzione di realizzare una seconda campagna con uomini nudi.
Cruciani accoglie immediatamente l’idea e arriva persino a proporsi come possibile modello, scherzando sul fatto che il proprio fondoschiena non sarebbe molto diverso da quello delle protagoniste del depliant.
Il caso si chiude quindi nel modo più zanzaresco possibile.
Un’azienda viene contestata per avere messo donne nude tra vongole e molluschi, difende la libertà delle proprie modelle e si ritrova investita da una valanga di pubblicità involontaria.
La risposta?
La prossima volta si spogliano gli uomini.













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