L’articolo
Giuseppe Cruciani inaugura una nuova saga de La Zanzara: quella delle persone tatuate in maniera estrema. Lo spunto arriva dalla scelta di Asia Argento di rimuovere alcuni tatuaggi, ma in studio c’è un caso decisamente più radicale: Daniele Di Bella, oggi impiegato e in passato comparso anche in televisione, con una quantità di tatuaggi che lui stesso stima attorno al centinaio.
Il punto non è soltanto estetico. Cruciani vuole capire quanto l’aspetto possa condizionare lavoro, rapporti sociali e perfino il comportamento delle forze dell’ordine. Di Bella, da questo punto di vista, offre materiale in abbondanza.
Un mitra tatuato sulla fronte
Il tatuaggio che attira immediatamente l’attenzione è quello più difficile da ignorare: un mitra sulla fronte.
Daniele racconta di aver provato successivamente a coprirlo con una figura simile a un serpente, ma il disegno originario continua a essere riconoscibile. Non è neppure l’unico simbolo aggressivo presente sul corpo: vengono citati anche un coltello, una bomba a mano e la scritta Mors tua vita mea.
Cruciani porta subito la discussione sul terreno del pregiudizio. Se una persona ha un mitra disegnato in mezzo alla fronte, è giusto che venga giudicata diversamente durante un colloquio di lavoro?
David Parenzo risponde con un esempio molto semplice: mandare un uomo con un’arma tatuata in faccia a condurre una delicata trattativa istituzionale non sarebbe probabilmente la scelta più efficace.
«Ho avuto parecchi problemi per i tatuaggi»
Di Bella non nasconde di aver avuto difficoltà professionali.
Ammette che, in una prima fase della propria vita, il problema principale non erano neppure i tatuaggi: semplicemente non aveva voglia di lavorare. Quando però decide realmente di cercarsi un’occupazione, l’aspetto diventa un ostacolo concreto.
Racconta di aver ricevuto diversi rifiuti proprio per come si presentava. Alla fine comincia a lavorare e oggi si definisce una persona che cerca semplicemente di tirare avanti.
Il paradosso è evidente: da una parte rivendica la libertà di fare del proprio corpo ciò che vuole; dall’altra riconosce che determinate scelte estetiche hanno inevitabilmente delle conseguenze quando ci si presenta davanti a un datore di lavoro.
Fermato ai posti di blocco
Il pregiudizio, racconta Daniele, non riguarda soltanto l’occupazione.
Quando incontra un posto di blocco o una pattuglia, sostiene di essere fermato molto più frequentemente delle altre persone. La scena, secondo lui, è quasi automatica: passano diverse automobili, arriva lui, gli agenti notano il volto completamente tatuato e parte immediatamente la paletta.
Cruciani ammette apertamente di comprenderne il meccanismo. Se un agente vede una persona con mitra, bomba a mano e coltello tatuati addosso, è possibile che scatti un sospetto immediato.
Lo stesso conduttore definisce questa reazione un pregiudizio, ma contemporaneamente la considera quasi inevitabile.
Di Bella non racconta comunque conflitti particolari con le forze dell’ordine: ciò che gli dà fastidio è soprattutto essere selezionato immediatamente sulla base del proprio aspetto.
Si è pentito?
La domanda inevitabile è se oggi cancellerebbe i tatuaggi.
La risposta è più sfumata di quanto ci si potrebbe aspettare. Di Bella dice che alcuni li toglierebbe, ma non perché rinneghi la scelta di essersi tatuato. Semplicemente certi disegni oggi non gli piacciono più.
Il mitra in fronte è già stato almeno parzialmente modificato. Non emerge però un vero pentimento complessivo: il tatuaggio resta una scelta personale e, per lui, ognuno dovrebbe poter disporre liberamente del proprio corpo.
Parenzo insiste però su un altro punto: libertà di tatuarsi non significa diritto a essere considerati adatti a qualsiasi ruolo professionale.
Puoi aspirare a qualsiasi lavoro?
È questa la domanda che domina il finale.
Cruciani immagina ruoli istituzionali, grandi aziende e incarichi di rappresentanza. Parenzo osserva che Di Bella probabilmente non aspira a diventare capo del cerimoniale del Quirinale, dirigente dei rapporti istituzionali di una grande società o direttore del Sole 24 Ore.
Daniele reagisce con semplicità: nessuno gli ha mai consegnato, alla nascita, un regolamento che stabilisse quali lavori fossero vietati a chi sceglie di tatuarsi il volto.
Ed è qui che la discussione trova il suo vero nodo. Quanto pesa la competenza e quanto l'immagine?
Un mitra tatuato in fronte non dice automaticamente nulla sulle capacità professionali o sul carattere di una persona. Ma allo stesso tempo comunica qualcosa a chi lo vede, che lo si voglia oppure no.
Cruciani chiude quindi con la domanda che inaugura ufficialmente la nuova saga della trasmissione: si può aspirare a un posto di lavoro importante con un mitra tatuato sulla fronte?
Per lui la risposta sembra inizialmente ovvia. Poi arriva il dubbio: forse è proprio questo il pregiudizio.













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