Il riepilogo
La puntata de La Zanzara del 29 ottobre 2026 riparte dallo scontro che accompagna tutta la settimana: magistratura, proteste e uso della forza da parte della polizia. Giuseppe Cruciani torna sul caso di Youssef Sehir, scarcerato dopo il fermo nell’inchiesta legata alle proteste, e sostiene che sia legittimo discutere anche delle posizioni pubbliche dei magistrati coinvolti. David Parenzo invita invece a distinguere le opinioni personali dei giudici dal merito dei provvedimenti.
Cruciani difende inoltre una linea molto più dura nelle piazze. Respinge l’idea di una polizia eccessivamente aggressiva e sostiene, al contrario, che gli agenti siano spesso costretti a operare con troppa cautela. Il caso della morte di Fakir torna così al centro del confronto, tra accuse alle forze dell’ordine e la posizione opposta di chi insiste sulla necessità di giudicare la dinamica concreta dell’intervento.
Poi la trasmissione cambia completamente registro: nostalgici della Marcia su Roma, rivoluzionari non binari, comunisti, leghisti e un uomo con un mitra tatuato in fronte.
Jonghi Lavarini e la cena per la Marcia su Roma
A 23:45 torna Roberto Jonghi Lavarini, il “Barone Nero”, tra i promotori di una cena organizzata per ricordare il 28 ottobre.
Jonghi Lavarini offre una lettura apertamente celebrativa della Marcia su Roma, che descrive come una grande mobilitazione popolare e patriottica capace, nella sua ricostruzione, di salvare il Paese dal caos e dal bolscevismo. Parenzo gli ricorda invece ciò che seguì politicamente all’ascesa di Mussolini e contesta radicalmente qualsiasi lettura celebrativa dell’evento.
Jonghi racconta che alla cena milanese avrebbero partecipato circa un centinaio di persone e sostiene che iniziative analoghe abbiano coinvolto migliaia di simpatizzanti in tutta Italia. Conferma anche la presenza di canti legati al fascismo, descrivendo il tutto come una serata politica privata vissuta con “allegria e goliardia”.
Per Cruciani il punto resta soprattutto quello della libertà di espressione: persone che celebrano Mussolini possono risultare politicamente ripugnanti, ma la questione è se debbano essere perseguite soltanto per essersi riunite e aver espresso quelle idee.
Olmo, il Partito dei Capibara e l’identità non binaria
A 39:33 entra Olmo, educatore e illustratore che si presenta come attivista del Partito dei Capibara e persona non binaria.
Cruciani parte immediatamente dall’identità di genere. Olmo spiega di non identificarsi né come uomo né come donna e sostiene che anche documenti e istituzioni dovrebbero poter riconoscere identità differenti dal binarismo tradizionale.
Il confronto passa poi ai contenuti politici del movimento: casa, sanità e lavoro garantiti come bisogni fondamentali, forte limitazione della ricchezza individuale e una radicale critica al sistema economico.
Olmo sostiene che nessuna persona dovrebbe possedere più di circa 6,6 milioni di euro e che ciò che eccede quel limite dovrebbe essere redistribuito attraverso lo Stato. Attacca inoltre il rapporto tra capitale e lavoro, proponendo una settimana lavorativa molto più corta e salari minimi più elevati.
«Le vetrine sono assicurate»
Il punto più esplosivo arriva però sulle manifestazioni.
Olmo rifiuta di condannare automaticamente chi rompe le vetrine durante una rivolta. Sostiene che i grandi marchi rappresentino un sistema economico fondato sullo sfruttamento e afferma che la violenza nelle piazze debba prima di tutto essere “letta” come fenomeno sociale.
Quando Cruciani gli fa ascoltare la testimonianza di una commerciante danneggiata durante i disordini, Olmo replica che il negozio sarà risarcito dall’assicurazione e torna a collegare la distruzione delle vetrine alla frustrazione economica.
È esattamente la frase necessaria per far entrare Jonatan da Prato.
Jonatan da Prato arriva col manganello
A 51:40 Jonatan si presenta con un bastone che definisce provocatoriamente un manganello e capovolge completamente il ragionamento di Olmo.
Se per l’attivista le vetrine sono assicurate, Jonatan replica sarcasticamente che allora anche chi le rompe potrebbe subire conseguenze fisiche e poi affidarsi alle cure previste dal sistema. Il suo messaggio è molto più netto: la polizia dovrebbe reagire con maggiore durezza contro chi lancia oggetti, distrugge negozi o forza i blocchi.
Olmo risponde che le forze dell’ordine rappresentano troppo spesso il “manganello dello Stato” e sostiene di aver assistito personalmente a cariche e pratiche che considera abusive.
I due incarnano così le posizioni opposte che attraversano tutta la puntata: per Jonatan la priorità è ristabilire l’ordine e sostenere gli agenti; per Olmo la violenza delle piazze è inseparabile dalle condizioni economiche e dal modo in cui lo Stato gestisce il dissenso.
Francesca Sparacino: «Chi se ne frega della proprietà privata»
A 1:05:27 torna Francesca Sparacino, dichiaratamente comunista e femminista, con un passato politico in Rifondazione Comunista.
Cruciani le ricorda alcune delle sue precedenti posizioni: l’idea che il comunismo rappresenti libertà, le accuse durissime alla politica israeliana e la disponibilità a giustificare in determinate condizioni l’occupazione degli immobili.
Sul tema della casa Sparacino resta coerente: quando una persona non ha un tetto e il patrimonio immobiliare resta inutilizzato o destinato prevalentemente ad affitti brevi, la tutela assoluta della proprietà privata passa per lei in secondo piano rispetto alla necessità di sopravvivere.
Il confronto si sposta anche sulla storia del comunismo. Quando viene citato Stalin, Sparacino reagisce alla consueta contrapposizione con Mussolini chiedendo perché soltanto al fascismo venga concesso, da alcuni interlocutori, il repertorio delle presunte “cose buone”.
Alessandro Verri contro Sparacino
A 1:09:07 entra Alessandro Verri, capogruppo della Lega al Comune di Milano.
Lo scontro parte immediatamente dalle vetrine distrutte durante le proteste. Sparacino dice di essere più preoccupata per le famiglie che non arrivano a fine mese; Verri le contesta il collegamento tra disagio sociale e saccheggi, sostenendo che chi distrugge attività commerciali colpisce proprio persone che lavorano e pagano le tasse.
Il confronto diventa durissimo sul caso Youssef. Verri sostiene che una persona che disprezza il Paese e incoraggia la guerriglia dovrebbe andarsene; Sparacino replica che, se è cittadino italiano, deve essere trattato esattamente come qualsiasi altro cittadino e, se colpevole di reati, processato e condannato senza inventare cittadinanze “revocabili” in base alle opinioni.
I due litigano anche sulla polizia. Sparacino parla di abusi e manganellate subite durante manifestazioni; Verri difende le forze dell’ordine e sostiene che, se alcuni manifestanti vengono colpiti dopo aver forzato i cordoni, la responsabilità non possa essere attribuita automaticamente agli agenti.
Daniele Di Bella e il mitra tatuato in fronte
A 1:22:15 la politica viene finalmente archiviata.
Cruciani inaugura una nuova saga dedicata ai tatuaggi estremi e presenta Daniele Di Bella, ex volto televisivo e oggi impiegato, coperto da decine di tatuaggi. Lui stesso stima di averne circa un centinaio.
Il più evidente è un mitra tatuato sulla fronte, in seguito parzialmente coperto con un altro disegno. Ma non è l’unico: sul corpo ci sono anche un coltello, una bomba a mano e la scritta Mors tua vita mea.
Di Bella racconta di aver incontrato diversi problemi quando ha iniziato seriamente a cercare lavoro. In passato, ammette, non ne aveva semplicemente voglia; successivamente ha iniziato a lavorare e si è trovato davanti al pregiudizio legato al proprio aspetto.
Racconta anche di essere controllato molto spesso dalle forze dell’ordine: quando passa davanti a un posto di blocco, sostiene, capita frequentemente che venga fermato.
Cruciani vede in questo una forma di pregiudizio, ma allo stesso tempo ammette di comprenderne il meccanismo: un uomo completamente tatuato, con armi disegnate sul volto, produce inevitabilmente una prima impressione molto forte.
Parenzo pone la questione in termini ancora più pratici: è difficile immaginare una persona con un mitra tatuato in fronte come responsabile dei rapporti istituzionali di una grande azienda.
Daniele, però, non sembra particolarmente interessato. Alcuni tatuaggi oggi li cambierebbe perché non gli piacciono più, ma non rinnega la scelta complessiva.
La puntata si chiude quindi sulla domanda più leggera possibile dopo quasi due ore di fascismo, rivoluzione e manganelli: si può aspirare a un lavoro importante con un mitra tatuato sulla fronte? Per Cruciani la risposta sembra quasi scontata. Ma, subito dopo, arriva il dubbio inevitabile della Zanzara: e se fosse soltanto un altro pregiudizio?













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